giovedì 29 giugno 2017

Punta Izzo, quando l'arte indossa l'elmetto


La Marina militare apre il campo di addestramento di Punta Izzo per una mostra di pittura a numero chiuso





Una mostra di pittura sulla sirena Lighea - accessibile solo per pochi invitati - che si svolgerà all'interno dell'area logistico-addestrativa della marina militare a Punta Izzo. E' chiaro l'intento di questa manifestazione: strumentalizzare l'arte per un'operazione (sub)culturale che tenta di far passare in sordina e depotenziare l'istanza popolare di smilitarizzazione e tutela eco-culturale di un comprensorio costiero che Ministero della Difesa e Marina militare vorrebbero tornare a utilizzare come poligono di tiro per esercitazioni a fuoco. Da un lato, infatti, il Ministero nega la possibilità di riconversione civile del comprensorio perché «d'interesse strategico per la marina militare» e «pericoloso» per la pubblica fruizione, mentre dall'altro lato la Marina militare continua a disporre di questo bene demaniale - cioè di proprietà dello Stato - come se si trattasse di un proprio circolo privato: i cancelli si aprono o si chiudono ad assoluta discrezione del comando di Marisicilia, mentre si sbattono fuori i soggetti "sgraditi" perché non disponibili a farsi intruppare nell'esercito di servi, leccapiedi e utili idioti alla corte dell'ammiraglio di turno. Nessuna occupazione militare, privando di fatto la comunità di ampi spazi di libera fruizione e agibilità politica, potrebbe sopravvivere a lungo senza una ferrea presa "culturale" tesa a produrre consenso e compiacente subordinazione nella popolazione che la subisce.

  



Asservire la cultura, e così privarla di libertà, è ciò che permette all'occupante - colono, militare o ricco industriale che sia - di radicarsi nel territorio, fino al punto da essere percepito come una presenza benefica di cui andare addirittura orgogliosi. La marina militare lo sa bene. E questo genere di eventi, da decenni, punta a un obbiettivo ben preciso: dimostrare che gli uomini in divisa sono "vicini alla gente", aperti e disponibili "per la loro gente". E che la sottrazione d'ingenti porzioni di territorio all'uso civico, politico ed economico è un sacrificio necessario e inevitabile nell'interesse di tutti. Perciò: «lasciate perdere i No Muos, gli ambientalisti, i pacifisti e tutta questa brutta gente da isolare. Macché smilitarizzazione! Guardate qui: anche noi riusciamo a parlare di Tomasi di Lampedusa e persino della sua Lighea. Anche noi facciamo cultura, quella che non disturberà mai le vostre certezze e, meno che mai, le nostre». 


Militarizzare l'arte è tipico dei regimi autoritari. Ma l'arte, quella libera, non chiude i cancelli, non si circonda di reti e filo spinato, perché porta con sé una missione altra: varcare limiti e confini, sfidare i dogmi, sfondare i muri, suggerire spazi di utopia, disarmare i potenti a colpi di libertà, agitare le catene degli ultimi. Quando l'arte invece finisce per blindarsi all'interno di un campo d'addestramento militare, tra fucili pompe magne e divise, semplicemente smette di essere arte per farsi arma di propaganda, spettacolo al servizio dello status quo e di chi ne tira le fila.

Gianmarco Catalano

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