venerdì 4 novembre 2016

Nessuna "vittoria" da festeggiare: il 4 novembre ripudiamo la guerra

Da Punta Izzo all’Isola, un impegno per la pace
Oggi, ad Augusta come nel resto del Paese, le autorità civili, militari e religiose si riuniscono per celebrare il “giorno dell’unità nazionale e giornata delle forze armate”. A distanza di 98 anni dall’armistizio di Villa Giusti, l’anniversario del 4 novembre viene ancora festeggiato come la “vittoria italiana” della prima guerra mondiale, in perfetta continuità con le commemorazioni istituite dai governi liberali nell’immediato dopoguerra ed enfatizzate, poi, dal regime fascista. Difatti, malgrado il mutato quadro istituzionale e i 70 anni trascorsi dall’avvento della Repubblica che “ripudia la guerra” (art. 11 Costituzione), ad animare questa celebrazione è sempre la stessa retorica esaltazione della “difesa” armata della “patria”, ossia quel patriottismo ben descritto dallo scrittore russo Lev Tolstoj come «sentimento artificiale e irragionevole, funesta origine della maggior parte dei mali che desolano l’umanità».
Nemmeno la memoria e l’evidenza storica di una “grande guerra” non voluta dalla stragrande maggioranza del popolo italiano, e osteggiata persino dal Parlamento, sono bastati sinora a scalfire la rappresentazione istituzionale dei caduti in battaglia come “eroi immolati per la nazione”, quando invece altro non furono che le prime vittime di un’immane tragedia costata all’umanità oltre 16 milioni di morti e centinaia di migliaia di feriti e mutilati.
Una guerra che, proprio in quanto tale, non poteva produrre eroi né tanto meno vincitori, ma solo una sconfitta per il genere umano e indicibili sofferenze e lutti per i popoli colpiti. Gli unici a beneficiare di quest’evento bellico, come di ogni altro fino ai nostri giorni, furono i grandi industriali di tutti paesi belligeranti, che attraverso il business degli armamenti videro crescere enormemente i loro profitti, dopo aver assoldato politici, funzionari statali e organi di stampa orientati alla propaganda interventista.
Quando si commemorano i seicentomila soldati italiani morti nella prima guerra mondiale, si fa l’indegna operazione di attribuirli solo all’esercito avversario, dimenticando di quelli uccisi dalla stessa “patria” che li aveva costretti a impugnare le armi. Le sentenze dei tribunali militari dell’epoca, infatti, attestano di 4.028 condanne a morte (di cui 750 effettivamente eseguite) per reati d’insubordinazione, oltre alle 220 mila condanne al carcere (di cui 15 mila all’ergastolo) e alle innumerevoli fucilazioni sommarie e punitive compiute ai danni di chi aveva osato disobbedire agli ordini, rifiutandosi di combattere o semplicemente per aver esitato a sparare o avanzare contro il “nemico”. Fin dall’inizio del conflitto, inoltre, le condizioni e l’equipaggiamento dei soldati al fronte erano pessime; a questo si aggiungeva una disciplina militare che non rendeva certo rispetto agli uomini mandati a uccidere. Malgrado le umiliazioni subite, le lettere scritte dai soldati dovevano trasmettere entusiasmo per la guerra; chi trasgrediva rischiava, nel migliore dei casi, la condanna al carcere militare.
A testimonianza di un sentimento popolare contrario alla guerra, in quegli anni centinaia di migliaia furono complessivamente i disertori e gli ammutinati delle trincee, i renitenti che in Sicilia raggiunsero addirittura il 60% dei chiamati alle armi, gli uomini ma soprattutto le donne - divise tra la cura della famiglia e le 10-12 ore di lavoro nell’industria bellica e nell’agricoltura al posto dei lavoratori maschi spediti al fronte - che tra il ’16 e il ’17 scioperarono nelle fabbriche e scesero nelle piazze, da Milano a Torino, per gridare il loro «Abbasso la guerra!». Numerosi e straordinariamente umani furono, ancora, gli episodi di affratellamento tra soldati fino ad allora “nemici”. L’evento più famoso avvenne la notte del 24 dicembre 1914, quando in una trincea delle Fiandre, nei pressi di Wulvergem, alcuni soldati tedeschi iniziarono a cantare “Stille Nacht” [Astro del ciel] seguiti da lì a poco da un grande coro e dall’inalberarsi di cartelli con la scritta: «Noi non spariamo, voi non sparate». Dalla parte opposta inglesi e francesi, dopo un po’, risposero con canti natalizi. Uscirono fuori dalle trincee, fraternizzarono e, contro gli ordini degli ufficiali, concordarono tre giorni di tregua. I soldati si aiutarono a vicenda per seppellire i morti; ci furono abbracci, scambi di dolci e persino una partita di pallone.
Ma se il passato è davvero fonte di memoria, allora la ricorrenza del 4 novembre non può che essere motivo per manifestare contro le guerre che appartengono all’oggi e continuano a opprimere e saccheggiare vaste regioni del mondo. Guerre che, in alcuni casi, vedono anche la diretta partecipazione o il coinvolgimento indiretto dello Stato italiano; lo stesso Stato che ogni anno destina alle spese militari almeno 23 miliardi di euro (di cui 5 per l'acquisto di armamenti) sottratti al bilancio sociale.
Per tutte queste ragioni, noi non festeggeremo il quattro novembre, ma lo vivremo come un giorno di dolore e di lutto. La nostra presenza in piazza, oggi ad Augusta, intende promuovere una riflessione collettiva verso un impegno attivo per la pace; nella consapevolezza che il ripudio della guerra parte dalle città che abitiamo e, in particolare, dalla volontà di tornare a fruire di quei territori ricchi di storia e di bellezza, negati alla comunità a causa dei vincoli militari.
In questa direzione, stasera presenteremo alla cittadinanza la petizione popolare per la smilitarizzazione e la tutela del comprensorio costiero di Punta Izzo, facendone l’occasione di un momento assembleare di confronto e dibattito con i partecipanti sui temi fin qui descritti.
APPUNTAMENTO PER STASERA, ORE 19, PIAZZA TURATI, AUGUSTA:
promuove: Coordinamento per la smilitarizzazione e la tutela di Punta Izzo

Nessun commento:

Posta un commento