domenica 13 novembre 2016

La fabbrica Hotspot e il totalitarismo delle frontiere

porto commerciale di Augusta, foto di Melting Pot Europa

Non si tratta di qualche episodico "eccesso" della polizia o di violazioni "circoscritte" e "anomale" che portano la responsabilità di poche "mele marce". Hotspot è un dispositivo strutturalmente iniquo, violento e discriminante. Un approccio pensato e applicato come accordo politico, al di fuori della legalità nazionale, europea e internazionale.
E' una fabbrica d'identificazione e selezione razzista, dove la merce-migrante numerata scorre sulla catena di montaggio comandata
 da Frontex. E' un mostro disumanizzante partorito a Bruxelles per difendere i confini e gli interessi economici della Fortezza Europa, anteponendoli alla protezione degli esseri umani. Hotspot è una pratica securitaria figlia di un secolo che passerà alla storia come l'epoca del totalitarismo delle frontiere. Chi lo nega, oggi, alimenta il buio di questo enorme lager liquido, mobile, diffuso, che eccede la fisicità per farsi sistema, ideologia, spettacolo. Presto o tardi sarà normalità, sentire comune: un male digerito e penetrato nelle nostre ossa. Contro di esso bisogna sollevarsi, fare obiezione di coscienza. A cominciare da quelle organizzazioni umanitarie e di volontariato che, in buona o mala fede, continuano a tacere. E il silenzio di fronte all'ingiustizia significa complicità o, nel più banale dei casi, semplicemente non avvertire il peso della realtà. Separarsene, non averne idea. E come s
criveva la Arendt ne La banalità del male, a proposito del gerarca nazista Adolf Eichmann, «quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell'uomo». 

L'appello della campagna Welcome Taranto


Video dai porti di Pozzallo e  Augusta:
                                           

Gianmarco Catalano
 

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