giovedì 15 settembre 2016

Il Processo alla Sicilia di Pippo Fava: guerra e miseria viste da Augusta


Nell'anniversario della sua nascita, un ricordo di Pippo Fava attraverso un estratto di quanto il giornalista catanese scriveva a proposito di Augusta, in relazione alle vicende della sua piazzaforte militare. Due brevi ritagli, insieme lucidi ed efficaci, di un testo che vale certamente la pena di leggere per intero.
Queste parole di Fava sono state scritte nel 1967, ci aiutano a far memoria storica e riescono a interrogare con leggerezza ancora oggi. E forse più di ieri. Sono parole vive e urgenti, stante la brutale attualità delle guerre - e malgrado la retorica umanitaria dei governi si sforzi di nasconderle - insieme alle pesanti ricadute che il militarismo e l'occupazione militare dello spazio civile continuano a produrre sulle comunità. Ad Augusta e in Sicilia, come altrove.



L'ambizione borghese sembra un po' il destino di questa città. Uno strano destino, quasi inverosimile. Durante la guerra la piazzaforte navale di Augusta era la più potente del Mediterraneo, ospitava sommergibili, mezzi da sbarco, Mas, siluranti, idrovolanti, ed era protetta da un treno armato di sedici cannoni, da un nugolo di batterie contraeree e da quattro batterie antinave da 381, cannoni giganteschi di venti metri, intanati in invulnerabili caverne di roccia. Potevano scagliare mezza tonnellata di ferro e tritolo a trenta chilometri di distanza. Erano l'orgoglio della Marina, con una sola bordata avrebbero potuto far saltare in aria qualsiasi corazzata dell'Home fleet. Invece non spararono un colpo. Quando avvenne lo sbarco alleato sulle coste siciliane, i carri armati inglesi sbucarono dalle alture di Siracusa e l'ammiraglio comandante della piazzaforte diede l'ordine del «si salvi chi può»; si mise una giacca da yachtman, un elegante borsalino in testa e si imbarcò a Brucoli su un bagarozzo di pescatori.


***

Le sole attrezzature che stranamente funzionano (ad Augusta, ndr) sono i moli militari dove si allineano le motovedette. Uno spettacolo che conforta lo spirito patrio del cittadino. Si ha la curiosa impressione che la repubblica italiana sia più disposta a vincere una nuova eventuale guerra, che non ad aiutare i siciliani a vincere la loro vecchia e sicura miseria.

(Giuseppe Fava, estratti da Processo alla Sicilia, 1967)

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