mercoledì 15 giugno 2016

La fuga di Kibret


foto: greenreport.it
Kibret è un ragazzo eritreo fermo alla stazione di Catania, in attesa che arrivi l’autobus per Roma. Con sé ha soltanto un biglietto, due panini vuoti e una bottiglietta d’acqua infilati in una busta di plastica. Stamattina è scappato dalla comunità per minori in cui era ospitato. Uno dei tanti centri nell’Isola dove i migranti vengono stipati, senza possibilità di scelta. Lì Kibret stava male. «Gli operatori non parlavano nemmeno la mia lingua, come potevano capire di cosa ho bisogno?», si domanda. «E poi gli altri ospiti mi picchiavano, ma non riuscivo a dirlo, mi sentivo solo».
Sbarcato in Sicilia, era stato forzato al rilascio delle impronte digitali a colpi di manganello elettrificato, e poi costretto in quell’edificio. Alle sue spalle, la dittatura di Afewerki e le violenze subite nella terra da cui si era messo in marcia. Un camion traboccante di esseri umani attraverso il deserto, le carceri libiche e le torture. Un gommone condiviso con altre cento persone. Il mare, il sale che mangia la pelle, la puzza di piscio. Le onde e la notte. Il naufragio e gli occhi in cielo per rivolgervi preghiere. La speranza di toccare terra. Il sogno di un dove a cui poter appartenere, finalmente, da essere umano degno di umanità.
«Al hamdullillah», se Dio vuole.
Kibret è fuggito perché in quella struttura d’accoglienza non si sentiva rispettato. «Sapevo che dovevano darmi due euro al giorno, ma in due mesi non li ho mai visti», racconta il giovane eritreo, che da giorni trascorreva i suoi pomeriggi a elemosinare davanti ai supermercati. «Mi hanno detto: “soldi non ce n’è per adesso, se ti piace è così, altrimenti là c’è la porta e te ne vai”». Questa è la frase che Kibret ha sentito urlata centinaia di volte, in risposta alle richieste sue e dei suoi compagni.    
Di storie come quella di Kibret, ogni sera, a Catania, se ne ascoltano a decine. Storie di minori non accompagnati. Storie di bambini e adolescenti in fuga oltre i confini del mondo adulto. Storie di persone offese da uno Stato che, in queste ore, continua a rastrellare migranti nei treni in Liguria e alla frontiera di Ventimiglia, per caricarli su un aereo delle Poste italiane e rispedirli in Sicilia. Come in un terrificante gioco dell’oca.
Kibret tira fuori dalla busta un pezzo di carta con su scritto un numero di telefono. Chiede di poter chiamare. «Devo avvisare mio zio che sto partendo». Un volontario gli porge un telefono, ma quel numero è inesistente. «Come lo incontro adesso, dove vado?». Allora un altro volontario gli spiega che a Roma potrà trovare temporaneo rifugio nelle tende degli attivisti del Baobab. Gli scrive l’indirizzo su quel pezzo di carta. «Qui domattina puoi fare colazione e riposarti». Qui potrà persino essere ascoltato.
Si è fatta l’ora,  l’autobus ha aperto le porte. Kibret si mette in fila. Guarda il pezzo di carta che tiene stretto in mano. Sorride, abbassa lo sguardo, sorride di nuovo. «Grazie, amo l’Italia», sono le sue ultime parole prima di ripartire.


Gianmarco Catalano

articolo pubblicato su I Siciliani

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