giovedì 28 aprile 2016

Dagli affari tossici all’oasi mediterranea di solidarietà


Augusta, prospettive umane per un porto militarizzato al servizio delle multinazionali del petrolio e del mare


Per cercare di sfatare il mito del “rilancio del porto di Augusta”, si potrebbe fare un passo indietro, iniziando col ricordare gli studi del professor Sergio Bologna, che da tempo hanno diffuso l’allarme sul prevedibile crack finanziario – la cosiddetta “bolla dei mari” - che rischia di scoppiare e travolgere il mercato mondiale del trasporto marittimo via container. Con un dossier apparso sulla piattaforma di sbilanciamoci.info, già nel dicembre 2012 il professore triestino metteva in evidenza il paradossale rapporto tra il business dei traffici containerizzati prossimo al tracollo – “le navi come titoli tossici”[1] scriveva  Bologna, citando un’espressione in uso tra gli analisti finanziari – e le grandi opere portuali programmate con  scelleratezza in Italia. Tra queste, il progetto di un nuovo terminal container nel porto di Augusta. 

La realizzazione nella rada megarese di nuovi piazzali attrezzati per un settore di mercato in perdita, e senza nessuna realistica previsione dei potenziali traffici marittimi da intercettare: qui stava, in estrema sintesi, l’osceno paradosso evidenziato da Bologna. 

Rilanciando le considerazioni del professore, nell’aprile 2013, ad Augusta un gruppo di associazioni ambientaliste – tra cui Legambiente, ‘Màrilighèa, Natura Sicula e Lamisdenunciava l’insostenibilità del progetto, elencando, accanto alle criticità economiche, le sue pesanti ricadute ambientali: la previsione di ben 300.000 metri quadri di area umida da cementificare per edificare le banchine. Il tutto viziato, a monte, dall’intrinseca anti-democraticità dell’opera: nessun coinvolgimento attivo della cittadinanza nel processo decisionale era stato mai compiuto né previsto.    

Oggi, a distanza di tre anni, la situazione si aggrava. Da un lato, permane il piano complessivo di ampliamento dei piazzali e di realizzazione delle banchine containers – con
VIA rilasciata nel 2007 e scaduta da 4 anni – per il quale l’Autorità portuale cerca in tutti i modi di eludere l’assoggettamento a una nuova procedura di valutazione d’impatto ambientale. Dall’altro, viene presentata la bozza del nuovo Piano regolatore generale, che preannuncia altre generose colate di cemento per inutili e dannosi banchinamenti. Nel mezzo ci sono i cittadini che si fa sempre più fatica a convincere della bontà del modello “sviluppista”: ossia, di un’idea di gestione autoritaria del territorio che annulla l’autodeterminazione popolare per delegare le scelte politiche fondamentali a pochi “addetti” e “professionisti”, in funzione degli interessi di lobby, cricche e speculatori di ogni risma. Tirando le somme, oggi come ieri, la sostanza rimane quella dell’ennesimo mega-affare tossico per la provincia siracusana, dotato di tutti i canoni d’insostenibilità tipici, dalla Val Susa a Messina, del consueto format politico-affaristico delle  “grandi opere” italiche. A darne sentore, nelle ultime settimane, anche il filone siciliano dell’inchiesta Petrolio concentrata proprio su concessioni, appalti e pontili “condivisi” del porto megarese, da sempre covo di intrecci perversi tra vertici militari e portuali, petrolieri e sindacati confederali.


Eppure, a dispetto di questi fatti, c’è chi continua a far finta di nulla, trascorrendo il tempo a millantare di futuri “rilanci economici” e “crescite occupazionali”, ripetendo ossessivamente il mantra dello “sviluppo del porto commerciale”. Come se possa davvero essere un beneficio sociale ed economico il foraggiare un business drogato dalle “multinazionali del mare”, che di fatto soggiogano le principali infrastrutture portuali del mondo, tagliando fuori popolazioni e lavoratori da qualsiasi possibilità di decidere democraticamente del presente e del futuro della propria terra. Come se alla schiavitù del liberismo internazionale e internazionalizzato, non ci fosse alternativa. Come se le crisi strutturali del turbo-capitalismo, e le sue tragiche conseguenze per l’uomo e l’intero pianeta, proprio qui da noi, non avessero insegnato niente. Come se la favola dolorosa del triangolo della morte di Augusta-Priolo-Melilli non abbia già ampiamente mostrato, sulla pelle di intere generazioni, di quali effetti devastanti è capace un modello di società che agli uomini e alla vita antepone le merci e il profitto; che mercifica gli uomini umanizzando i capitali. Come se la colonizzazione e lo sfruttamento industriale dei territori, la militarizzazione, la distruzione del tessuto storico e culturale, fossero solo un brutto ricordo da rimuovere per guardare avanti. Come se non avessimo memoria. Come se non avessimo una storia di cui fare memoria.
E allora bisogna tornare a dirlo chiaramente.
Tra i business del petrolchimico e quelli del porto commerciale non c’è, e non ci può essere, alcuna differenza. Perché l’affaire petrolio e quello dei “signori dei container” sono figli della stessa matrice economica, politica e ideologica. Due facce, interconnesse, della medesima infinita volontà di profitto perseguita dal capitale globale.

Per guardare alle alternative – fautrici di nuovi modelli sociali – dovremmo, di conseguenza, sforzarci di ripartire dagli uomini, dalla natura, dal bello e dal giusto, da quei valori di umanità che ormai facciamo fatica a riconoscere, disumanizzati come siamo dal veleno del cinismo individualista che, giorno dopo giorno, ci annichilisce. Solidarietà, equità, giustizia sociale: parole abusate e vessate, ma sempre pronte a ridivenire fatto vivo, pratica sociale e coscienza collettiva.  

Queste parole, questi valori, possono ancora trovare il loro habitat naturale in luoghi come Augusta, aprendo il suo porto al Mediterraneo, alle culture che lo attraversano, alle vite che, in queste ore, cercano disperatamente di
varcare le frontiere repressive della fortezza Europa. La rada di Augusta potrebbe diventare un’oasi d’approdo internazionale per canali umanitari regolari via traghetto – tra Africa ed Europa – che salverebbero da morte certa migliaia di vite umane trafficate dalle mafie euro-mediterranee. Essa muterebbe in un grande spazio sociale e inter-etnico in cui il migrante in fuga da guerre, miseria e persecuzione, possa essere finalmente rispettato da persona dotata di dignità, e non “trattato” alla stregua di un “problema di sicurezza” – come la sindaca grillina Di Pietro, unendosi al coro salviniano, ha recentemente dichiarato.   


Per l’intero
comprensorio siracusano sarebbe l’inizio della liberazione dalle catene che ne fanno la colonia di un “petrolchimico militarizzato”, per convertirsi progressivamente in un laboratorio mediterraneo di accoglienza, multiculturalismo, cittadinanza attiva, scambio e interazione tra popoli. Nella prospettiva di crescere come parco di mare e di pace, in cui le risorse naturalistiche e monumentali siano restituite alla libera fruizione creativa e al protagonismo democratico, economico e solidale delle comunità che lo popolano. Una terra in cui, in un domani non troppo lontano, le raffinerie, i rifiuti tossici, i depositi di armi chimiche e combustibili per navi da guerra, le  basi militari, i sommergibili nucleari, gli inceneritori, i radar anti-migranti – uno per uno e tutti insieme – siano finalmente riconosciuti e respinti come il vero infernale ostacolo alla libertà. Un nuovo ciclo storico dove lo “sviluppo” verrà ricordato, per sempre, come quel terribile incubo da cui una mattina ci siam svegliati.  


Gianmarco Catalano


contributo apparso su Antimafia DuemilaI Siciliani e Comune-Info






[1] Si veda S. Bologna, Le multinazionali del mare, Milano, 2010.


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