martedì 22 marzo 2016

Don Palmiro e quel dissenso religioso in cerca di comunità

La religione è dissenso con il mondo com'esso è. La vita religiosa perde il suo senso essenziale se accetta l'umanità, la società, la realtà com'esse sono. La religione è intimo travaglio, malinconia, protesta, dissenso, dramma, e le forme più serie in cui essa si è espressa, come la rinuncia, l'invocazione, la preghiera, la speranza, sono segni di questo. La religione non può accettare la realtà che dà tanti colpi agli innocenti, ai giusti; non può accettare le strutture attuali della società, e più o meno deve stare sempre all'opposizione, e non ha a che fare nulla con incoronazioni regali e concordati statali, non può accettare il nostro essere stesso con tutti i nostri umani difetti e limiti e ridicolaggini e miserie, né può santificare il nostro passato così insufficiente, né eternare i fatti, gli eventi, le azioni.
                                                                                    (Aldo Capitini, Lettere di religione

Leggendo della richiesta di dimissioni indirizzata dal Vescovo di Siracusa a Don Palmiro Prisutto, da augustano “fuori sede” mi viene da commentare ciò che in tanti, prima di me, avranno forse detto o senz’altro pensato: ossia, “prevedibile”. Nessuno stupore, quindi, per un risvolto che nel novembre del 2013, quando Padre Palmiro fu ordinato arciprete, poteva già presagirsi come altamente probabile.   
Sin d’allora, infatti, mi era parso evidente che il conferimento di un tale incarico ecclesiastico a un uomo come Palmiro, seguito all’arresto per violenza sessuale di Don Gaetano Incardona, per l’istituzione cattolica siracusana non rappresentava soltanto il “colpo di spazzola” dovuto in risposta a uno scandalo che la vedeva colpita. Ma molto di più. Si trattava, soprattutto, di una ghiotta occasione di moral-washing: ovvero, la messinscena di un lavaggio morale delle “impurità” sedimentate da decenni di silenziosa complicità su quei “crimini di pace” che all’ombra del petrolchimico continuano a uccidere, materialmente e spiritualmente, un territorio e la sua collettività. Si trattava, dunque, di un’operazione di lifting buona soltanto a rifare provvisoriamente il look. Per carità, nessuna reale volontà di rinnovamento promanava dalle “alte sfere”: la sostanza malsana non poteva che rimanere la stessa di sempre, all’occorrenza pronta a risbucare fuori da sotto gli abiti tinti di nuovo. L’ingresso di Padre Palmiro nel Duomo di Augusta sanciva l’innesto in un corpo marcio e screditato di un arbusto autoctono e ben radicato in quella sua comunità così malata e ricattata, che, ostinatamente, ma senza rifuggire dai propri limiti, ha da sempre contribuito a difendere e ad alimentare di linfa vitale attraverso le radici del suo impegno civico, concepito come un tutt’uno inscindibile con la sua missione religiosa.
La mossa della diocesi di Siracusa era stata sì astuta, ma anche molto rischiosa perché non faceva i conti con la statura morale di un uomo non-disponibile a farsi assorbire dalle logiche di certa grigia “tradizione”: quelle di chi sul brand del “ricatto occupazionale” ha costruito il proprio “benessere” nascondendosi dietro il nome di un club service, di una parrocchia o di una qualsiasi delle tante associazioni degli “oriundi di Roccacannuccia” di gramsciana memoria.    
“La religione è dissenso con il mondo com’esso è”, insegnava Aldo Capitini. E in fedele aderenza a questo messaggio, Prisutto dimostra che il suo “servizio” non è a beneficio dei potenti, e men che meno dei loro servili sodali e signorotti di quartiere: si chiamino essi confratelli, consorelle, amici o compari.            
tratto da La Civetta di Minerva del 25 settembre 2010
Questa è l’immagine che in me ho di Padre Palmiro, suffragata dall’esempio concreto della sua militanza permanente ed energica. Di Palmiro conservo anche un’intervista che, circa sei anni fa, mi rilasciò sul fenomeno della criminalità mafiosa nel territorio megarese. In quel periodo scrivevo per La Civetta di Minerva e decisi di incontrarlo perché, nel corso delle mie ricerche, avevo scoperto che Palmiro era stato il primo presidente dell’associazione antiracket di Augusta, fondata nel ’92 all’indomani della gambizzazione dell’imprenditore Aldo Sicari. Mi venne naturale chiedergli come mai proprio un prete, in quegli anni così difficili, si fosse trovato in prima linea a farsi portavoce di un gruppo di commercianti taglieggiati dai clan. Lui, riunendo le mani, mi rispose che “se una società ha bisogno di aiuto, chi lo può dare deve sentirsi in dovere di farlo”. Parole che ancora oggi mi porto dietro, considerandole un prezioso insegnamento di umanità.  
Pertanto non può non far piacere il vedere che un discreto numero di miei concittadini sia sceso in piazza per dire che “Don Palmiro non si tocca”, poiché di solidarietà e partecipazione proprio adesso ci sarebbe estremo bisogno. Perché l’attacco portato a Palmiro da chi sta dall’altra parte della barricata è diretto a colpire un simbolo ben preciso, e con un messaggio molto chiaro per tutti: di tumori, di inquinamento, di morti ammazzati dal petrolchimico in questa provincia non si deve più parlare. E le messe di ogni 28 del mese “ci hanno scassato la minchia!” (cit.)     
E allora è un gran bene reagire, se non altro per dimostrare che, sopra le macerie, c’è ancora qualche uomo, donna, lavoratore, studente intenzionato a manifestare la propria consapevolezza. Non basta, certo, ma è già tanto. Per passare dalla reazione alla resistenza ci vorrebbe perlomeno una fetta di comunità vera, reale, tangibile - solidale, fatta di rapporti, legami e pratiche sociali. Una comunità, insomma, capace di rispondere al “servizio” di un prete per ora costretto a giocare la partita da “battitore libero”, o quasi. 
Consci della necessità di costruire, non risparmiamoci però dal rendere merito a chi, comunque sia, oggi reagisce, e lo fa a sostegno del dissenso esemplare di un parroco che resiste. 
Solidarietà a Don Palmiro.

contributo apparso sul settimanale siracusano La Civetta di Minerva del 18 marzo 2016 e sul blog di Officina Rebelde Catania

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