mercoledì 3 febbraio 2016

Alle anguille non piace la luna

Il racconto che segue rappresenta un primo tentativo di "novella viddana", come con qualche amico siamo arrivati a supporre. Travagghiari nei campi mi aiuta a sentire da vicino la terra, e con essa a percepire intimamente una consistenza altra di me stesso. Lì, 'nmenzu ai filari e con gli altri picciotti, ho scoperto una nuova dimensione del mio Viaggio. Un nuovo canale di ricerca sul quale ho ritenuto prezioso provare a sintonizzarmi. Questi appunti arriminati e qui riordinati in storia sono un frammento terrigno di un micromondo che solo in parte ho davvero attraversato. 

"L'aranci su cocci ri focu"
, mi spiegava lo zio Pino mentre con la forbice liberava i rami del peso dei frutti generosi, mostrandomi la tecnica da seguire. Da quelle parti, la raccolta andava fatta con una certa velocità, "perché se l'arancia la tieni troppo in mano, col poco che raccogli non riusciamo nemmeno a pagarti la giornata", aggiunse lui in tono non troppo scherzoso. E poi: "taglia a fondo u piricuddu!", altrimenti si rischiava di bucare la buccia degli altri agrumi facendoli marcire nelle casse prima ancora che fossero passati a setaccio in magazzino. "E' la cosa più facile di questo mondo, ma va fatta per bene". Così concluse l'anziano uomo, mentre si avviava a raggiungere la vettura per far ritorno al podere di Seggio. Quei cinque minuti passati con lo zio Pino erano stati il mio battesimo agrumicolo e, insieme, un assaggio di apprendistato da raccoglitore di navelline.
Ci misi un attimo a capire che, tra gli arvuli, le parole sarebbero servite a poco. E che molto più delle parole sarebbero valsi i gesti, l'intesa negli sguardi repentini, i vuciati lanciati da un filare a un altro a decine di metri di distanza. Una vuciata poteva essere il segnale per dare il via alla mansione incombente o per accelerare il ritmo di lavoro; ma vuciati erano anche i lazzi dei braccianti che così erano soliti ammazzare il tempo - “picchì sennò nun passa mai!”.
"A tìa taliu!"
, gli faceva a Peppino lo zio Stefano, che le arance, mi dicevano, le conosce troppo bene. Eppure "l'uttima vota ni fici pigghiari 'ncazziatuni, scanciannu i brasiliani pi navel", lo beccava divertito Giacomino, cugino di Franco - u principali - che aveva raccomandato di non superare la linea del traliccio dove le arance sono, appunto, di un'altra varietà e "chissi nun s'anna cogghiri!". Franco era il figlio dello zio Pino. Da qualche anno era lui a badare alla campagna e agli affari. "E' nu bravu cristianu",  mi disse una volta uno degli operai tunisini che lì tutti chiamavano Ignazio. In verità il suo nome era Yassir - “comu Arafat, u canusci, no?” – fece per rendere l’idea - “macari chissu era nu bravu cristianu”.
Ciò non toglie però che le arance s’avianu cogghiri comu si deve, stando attenti a vuotare completamente gli alberi. Allora "picciotti, occhiu a nun lassarri aranci arreri!", si andavano vicendevolmente ripetendo tutti. Su questo punto Franco non transigeva,  ed ebbi modo di afferrarlo sin dal primo giorno, quando, lavorata l'ultima pianta del filare e convinto di poter passare al successivo, mi sentii rivolgere il primo secco richiamo: "Giammacco, veni veni, talìa bonu, che ancora aranci cca’ ci su!". Il suo dialetto, parecchio incarcato, mi risultava non di rado incomprensibile, specie nei momenti più convulsi appressu a lu tratturi. In quelle occasioni, le indicazioni verbali (ma molto più spesso puramente vocali) erano leste e sommerse dal fracasso dei motori. Fortuna che a farmi da interprete c'era Yassir, l'operaio tunisino che parlava e capiva il siciliano molto meglio di me, nonostante fosse sull'isola da meno di sei anni. Eravamo insieme nelle operazioni di carico e scarico delle casse, e da lui appresi innanzitutto di fare “attenzione a li peri” mentre le ruote grosse e sporgenti del carrello agganciato al trattore venivano in avanti calcando pesantemente la terra. Imparai anche che "bonu!" era il comando per far sostare il trattore in corrispondenza delle casse; mentre al grido di “vai!” il mezzo ripartiva lungo la trazzera. Arrivati al camion si scaricavano le casse e le si sistemava nel vagone. Poi un altro carico tra i filari e si ritornava ancora al camion, e così fin quando u principali non ci faceva segno di riprendere la raccolta insieme agli altri.
A menz' jornu pausa pranzo. C'era Franco che portava un panino macari pi mia. La farcitura era di salama o prosciutto, ma qualche volta ci usciva pure una cucchiaiata di caponata. Peppino e Giacomino, invece, furbescamente si sedevano attorno allo zio Stefano, perché c'avia lu vinu. E un bicchierino riuscivano pure a scucirglielo, ma senza esagerare perché la botte di casa sua “è nica”, ci diceva; e s'era fatto i conti delle dosi giornaliere da non superare per tirare avanti tutto l'inverno.  Ché, giustamente, “lu vinu a tavola nun po' mancari mai”. E in campagna si dice che l'acqua faccia male  alla salute
- “acchiana tutta nde spaddi”, volendo essere precisi. “Zu Stefano, mi passi patticolari su vinu, ma chi varietà è?, chiedeva sornione il volpone di Giacomino cercando vanamente di ottenerne un secondo giro. “Mizzica veramente, cala comu l'acqua”, commentava ammiccando Peppino. Fino a quando lo zio Stefano perdeva la pazienza:“Ou, levativi i cca’, finiu a festa!”
Un'ora più tardi si ritornava tra gli arvuli. Anche se, certo, “n’anticchiedda ri cafè - diceva Peppino - “n’avissa piaciutu” per poter riprendere il lavoro con il verso giusto. “Zu Stefano ma nun l'avia purtari vossìa?”,  si rifaceva sotto Giacomino. “Veru, Zu Stefano, niautri n'aspittaumu u cafè”, lo provocava pure Peppino. “U cafè ‘o bar, fozza picciotti allistemuni!”, così sedava il babbìo Franco, proprio quando lo zio Stefano era in procinto di far partire una colorita imprecazione all'indirizzo dei due amiconi.
Quando il sole dava i primi segni di abbiocco, lasciavamo i campi. Al segnale di Franco, io Yassir e Siino, l'altro tunisino, partivamo per raggiungere il magazzino e scaricare il vagone. Lì trovavamo a lavoro lo zio Pino e sua moglie Vitina, Biagio, Vito, Vitalba e Silvana, la compagna di Giacomino. In un modo o nell'altro, erano tutti parenti, cucini o niputi. Insomma, tutti cristiani cresciuti currennu appressu allo zio Pino e ben arucati ai sapori di na vota da fortunati commensali alla tavola ricca di Vitina. Tra questi c’era chi di travagghiari a li aranci in questo momento avia bisognu, ma c’era pure chi lo faceva per arrotondare o semplicemente pi dari ‘na manuo zu Pinu.  Pochissimi erano genti ri campagna, e lo zio Pino di tanto in tanto,  specie quando si rendeva conto che la massa di arance scartata in magazzino diventava notevole,  la sera davanti al camino soleva lamentarsi che  “purtroppo dopo 26 anni non abbiamo ancora avuto la fortuna di trovare persone che capiscono di arance”. E che sotto le piante qualcuno con i cocci ri focu si ostinava a bruciarsi le mani. Lo zio Pino era fatto così: a sentirlo brontolare pareva proprio che nulla funzionasse e tutto girasse di malu versu. Ma chi lo conosceva più a fondo, sapeva che da dietro la maschera di padre-padrone intrattabile, poteva qualche volta sbucare fuori il viso di un uomo dal cuore tenero. Con l’aiuto del vino buono, lo zio Pino si faceva nostalgico e sentimentale. “Ci sono cose che accadono una volta sola, e non possono più ripetersi”, esordì una sera accendendosi la sigaretta. E da lì le memorie iniziarono a saltar fuori dai covi dell’animo in cui si erano rintanate, come le anguille del Belìce quannu ‘a china si sdirrubba. Ogni storia dello zio Pino conteneva un picco di gioia e un altro di amarezza. Entrambe le emozioni spingevano le lacrime ai suoi occhi, e da lì pian piano scendevano imprimendosi sulle guance severe, come gocce di brina distese sulla sciara rugosa. Io e Vitina eravamo in ascolto, e di tanto in tanto i nostri sguardi si incontravano, tra il posacenere e la brocca, intrisi di quel pathos sciolto nell’aria dal calore del fuoco. Andavo a letto ancora avvolto da quel calore, e mi chiudevo nel sacco a pelo per far sì che si disperdesse lentamente attraverso la notte silenziosa.
Mi svegliavo prima dell’alba, trovando Vitina già intenta a preparare le pietanze per pranzo. Insieme accendevamo il camino e ci davamo il buongiorno bagnando i biscotti fatti in casa nel caffè bollente. Spesso sfogliavamo gli album delle foto di famiglia, dei nipotini e dei figli quann’erano picciriddi. “Na vota si ballava”  mi disse una mattina tirando fuori una foto che la ritraeva in pista con suo marito. Perché non si vive di sole arance. E Vitina e Pino, fino a pochi anni prima, amavano danzare nelle feste su in paese. “Oggi i giovani vanu a’ discoteca, ma nun ballanu chiù!”, chiosò infine porgendomi una tuta di cerata e dei guanti in lattice per ripararmi dalla pioggia - “Ca oggi fa bruttu”.
Si era fatta l’ora di andare a lavoro, e come ogni mattina presi un passaggio da Siino, che con la macchina “curri ca pari Schuzmacher”, faceva notare Peppino. Arrivati al giardino, a stento si coglieva l’arburi, e lu friddu agghiacciava li manu. Mentre ci riunivamo nel parcheggio, spiai oltre l’uscio di una vecchia baracca in lamiera da cui usciva una luce pallida e la voce del giornale radio. Lì dentro scovai Nello, il guardiano rumeno, che ricambiò il mio saluto con gli occhi stanchi di una notte insonne.
Si fecero le 7 e tutti insieme ci mettemmo all’opera – che per Peppino era come “tagghiari i capiddi”, invece a Giacomino gli pareva di “smuntari arvuli di Natali”. Ma tutti e due quella mattina si chiesero:“Unni è lo zio Stefano?”. “Cca’ sugnu!”, gridò lui ai due compari dieci filari più in là. “Ni spatteru stamatina, Giacomino, ieri ficimu troppu buddellu” ne dedusse Peppino. Ed ecco partire i primi vuciati che, correndo e rimbombando tra le piante, arruspigghiavanu lu suli. “Fozza isamu, picciotti!”
In mezzo agli arvuli ogni tanto si discuteva pure di cosi seri. Peppino di politica nun ni capeva nenti. Giacomino invece si definiva d’orientamento “communista”, e si diceva persino favorevole alle unioni omosessuali: “Picchì, pi fozza, ommai ‘a società canciau”.
Alla presenza di Yassir, un pomeriggio si parrau macari di Isis. “Tutti chisti c’ammazzunu, u Corano nun nu canusciunu propriu” – osservava lui, spiegando come nel libro sacro l’assassinio ai danni di un solo uomo fosse visto come un crimine contro l’umanità intera. “Ah, raccussì c’è scritto?”, la cosa sorprese positivamente Giacomino che ci piacia schirzari ma era in grado di sfoderare intuizioni da fare invidia al più militante degli analisti geopolitici: “Supra a intennet ricunu ca a chissi ci pensa Totò Riina, nun lu sanu ca macari cu Cosa Nostra chissi si misuru raccoddu!”.
La giornata passò, e dopo il lavoro di magazzino seguii lo zio Pino che il giorno prima si era impegnato a portarmi con lui a pescare al fiume. Difatti, lui, tra le altre cose, era anche un pescatore di anguille. Lo era per passione, a differenza di suo padre e suo nonno, che lo erano stati per mestiere. Ma buon sangue non mente, e lo zio Pino si dimostrava veramente esperto in quell’arte che domanda una conoscenza minuziosa del comportamento del fiume, delle sue correnti e di tanti piccoli segnali lanciati dalla natura che dovevano essere tempestivamente carpiti e interpretati. Quel giorno le condizioni metereologiche non giocavano a nostro favore: sui monti era caduta la neve, che aveva reso l’acqua molto fredda. E con quella temperatura le anguille preferiscono non uscire dalle tane. Altro elemento a nostro sfavore era la luna piena: “ca a'ncidda nun ci piaci essiri taliata”.
Nonostante tutto, lo zio Pino mi diede la sua parola: “tu stasera vedrai almeno un’anguilla”.
Allora prendemmo la macchina e raggiungemmo l’incantevole valle del Belìce. Lì un tempo la vegetazione scoppiava, talmente era fitta. Poi gli incendi appiccati dolosamente ne avevano distrutto buona parte, e adesso ne sopravviveva solo qualche macchia sparuta. “Chi  tocca gli alberi fussi cosa r'ammazzallu”, ripeteva sospirando lo zio Pino, poco dopo rallegratosi alla vista delle montagne innevate che svettavano lontane.
Giunti a fondovalle, attraversammo un enorme vigneto di proprietà di ricchi imprenditori, contro i quali lo zio Pino inveiva per le condizioni pietose in cui avevano lasciato la strada che, tagliando la loro tenuta, ci portò dritti al fiume. Scendemmo dall’auto e, accolti dall’intenso scrosciare della corrente, a piedi raggiungemmo una piazzuola di pietre a secco cinta di rami intrecciati che lo zio Pino, alcuni anni prima, con l’aiuto di Giacomino, aveva provveduto a costruire sull’argine. Aiutai lo zio Pino a calare la nassa a imbuto, seguendo passo passo le sue direttive: “tira ri cca”, “passa ri dda”, “tieni ferma così la cima”, “adesso tira a strappare con forza”,  “forte, forte, forte”, “accussì!”.  Terminata con successo la manovra, mi voltai verso di lui in attesa del prossimo passo.  “Adesso dobbiamo aspettare”, mi informò mentre i suoi occhi restavano fissi sul flusso impetuoso d’acqua torbida. “Vedi”, mi disse, “la corrente ora è in crescendo”. “Da cosa lo capisce?”, chiesi ingenuamente. Lui sorrise senza spostare lo sguardo dal fiume: “eh, da cosa lo capisco… dall’esperienza!”, rispose indicandomi vicino la riva il passaggio di un sottile bastoncino di legno. Poi si rimise le mani in tasca e ritornò concentrato sul corso d’acqua. Io mi guardai intorno e mi misi in ascolto. ‘A china suonava una melodia vigorosa accordata al debole ciusciari del vento tra i canneti fitti e ondeggianti al richiamo del bagliore lunare. Ogni cosa sembrava seguire un rituale che inneggiava al cielo. E la nostra attesa si rivelava contemplazione. Lo zio Pino restava immobile, ma quando si fece l’ora si ridestò:
“Andiamo adesso, torneremo più tardi”.
Rimontammo in auto e risalimmo la valle, giocando a scovare con gli abbaglianti i conigli che scorazzavano tra le vigne “di sì quattru patruni pirucchiusi”. Saremmo ritornati più tardi, dopocena, nella speranza di trovare almeno un’anguilla intrappolata nella rete. Lo zio Pino intanto rinnovò la sua promessa: “tu stasera vedrai almeno un’anguilla”.
A casa ritrovammo Vitina e la cena in tavola. Mangiammo e bevemmo in abbondanza: ca ci vulìa energia. Poi lo zio Pino si mise in poltrona davanti alla televisione, e io e Vitina ci dilettammo con una partitella a briscola. Nel frattempo iddu s’addummisciu. “Quagghiau, quagghiau”, fece Vitina, “ma non ti preoccupare si sveglia quando sa che deve andare a pescare ”. E in effetti all’orario che avevamo concordato si rimise in piedi: “Amunì, fozza!”.
Prima di ridiscendere la valle, passammo dal paese, ca si mancunu i sigaretti u zu Pinu nun carbura. Lì sopra si mise a nevicare, mentre a fondovalle ritrovammo le stesse pozzanghere fangose che avevamo lasciato. La corrente però era cresciuta, come aveva previsto lo zio Pino, e così il livello dell’acqua si era alzato di almeno venti centimetri.
“Adesso fai quello che ti dico io”, mi preparò il maestro. E “passa ri cca”, “tira di dda”, “strazza, strazza”, “forza, forza, forza!” - niente, nun si strazzava: - “s’incastrau!”. Allora lo zio Pino prese il mio posto, rivoltò la cima e “accussì! ne so una più del diavolo!”.
Adesso era venuto il momento di tirare energicamente. E perciò  “vai, tira, fozza, fozza, tira” e… “accussì!”.
Vuotato il sacco, tra pietroni e alghe, sbucò la ‘ncidda promessa.
Rientrati a Seggio, lo zio Pino con voce bruta ordinò: "pista l’agghiu!", mentre con una pezza ripuliva il pesce dal fango. Quando questo fu lucidato, si voltò verso di me dicendo: “è così, la vita è anche questione di sopravvivenza”, e di scatto affondò il coltello nella bestiola facendogli saltare la testa. Il viso dell’anguilla allora si contrasse come per emettere un urlo strozzato in gola, e subito prese a boccheggiare lentamente. Non solo la testa di quella creatura, ma ogni parte del suo corpo, tranciato a pezzetti e infilzato a spiedino, continuava a dimenarsi. Nemmeno il fuoco riuscì a vincere immediatamente la sua resistenza: stesi sulla brace, quei quadrati di carne grassa e biancastra manifestarono ostinata vitalità ancora per diversi minuti.
A mezzanotte circa, il nostro pesce finì nei piatti e infine nelle pance. Ne assaggiai un solo boccone, e pensai che quell'anguilla avissa fattu megghiu a starisi nintra la tana.
Rumani nun si travagghia e ora lo zio Pino mi talìa, mi pare ispirato. Lu vinu per fortuna assùvecchia, ma mi tocca uscir fuori a prendere la legna per ravvivare il fuoco. Perché, ve l'ho detto, i cunti sono come le anguille: cu lu friddu è raru ca nesciunu.
  


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