mercoledì 8 aprile 2015

Vivere le folle come foreste

L’aria in tenda si era fatta caldissima: segnale evidente che era ora di alzarsi, per evitare una sauna di mezzodì. Lì all'aperto, però, stavamo da beati, immersi nella campagna leccese. Sotto i nostri piedi la cruda terra e intorno a noi ulivi di saggezza e muri a secco a tracciare i campi. Era un salutare riempirsi di una totale assenza di rumori urbani. Il canto delle cicale era stato la nostra sveglia e continuava ad essere un piacevole sfondo sonoro mentre richiudevamo la tenda e ricomponevamo gli zaini. Dopo aver ringraziato l'ulivo prescelto per averci concesso fresco e sicuro bivacco, vigilando sui nostri corpi durante la notte, ci trattenemmo ancora un po' in quella porzione di terreno, scrutando tra i rami degli alberi alla ricerca delle cicale canterine perfettamente mimetizzate con le tonalità grigio-marrone delle cortecce. Con paziente attesa, di tanto in tanto, si riusciva a scovarne una: assorta nel suo canto, immobile e indifferente ai nostri sguardi curiosi. Ma attenta e dai riflessi scattanti. Bastava, infatti, anche solo allungare verso di lei un innocuo ramoscello per vederla gettarsi in un incredibile salto, così riuscendo a raggiungere in un istante un nuovo ulivo in cui tornare a intonare indisturbata la sua “mantrica” melodia.
Mettemmo in ritmo i nostri passi attraverso gli oliveti, sostando poco più tardi tra fichi e fichi d'India per la nostra oramai consueta colazione frugivora. Estelle, in particolare, si dilettava nella raccolta dei fichi d'India: incurante delle spine e decisamente estasiata dalla goduria di attingere a mani nude alla freschezza di quei frutti. Per me il piacere stava nel semplice osservare lei in quei gesti.
A metà mattina ci ritrovammo nel piccolo centro di Caprarica di Lecce. Riempimmo le bottiglie d'acqua alla fontana comunale, e più tardi ad un bar - probabilmente il solo insieme al laboratorio di pasticceria - facemmo la conoscenza di un signore con cui, non si sa bene come, finimmo per discutere di magia dei boschi, tirando in ballo Dino Buzzati e il suo Il mistero del bosco vecchio. Sempre nello stesso bar, un ragazzo, conosciuto la sera prima a Kalòs, ci offrì delle birre e alla fine ci accompagnò pure a Martignano, un villaggio confinante della Grecìa Salentina* che eravamo pronti per visitare.
Ad accoglierci a Martigniano ci furono l'afa del primissimo pomeriggio e per le strade la sola polvere in stile western. Poi, finalmente, una coppia di ritorno dal supermercato: due signori di mezza età scesi dal nord per godersi la pensione al caldo del tacco dello Stivale d'Italia. Fu un incontro molto veloce, ma anche l’unico. Dopo un rapido giro di perlustrazione in cerca di dettagli, afflosciati  com'eravamo dalla intensa calura, intercettammo il primo autobus per raggiungere il mare e la costa di Torre Dell'Orso. Da lì in poi sarebbe ricominciata la nostra discesa verso il profondo sud. L’esordio, però, fu a dir poco demoralizzante. Scesi dal bus, realizzammo di essere incappati nel delirio di un ritrovo di campeggiatori “d’assalto” sommato al casino profuso dagli annessi stabilimenti balneari. A due passi dalla spiaggia, un parcheggio di macchine sterminato; poi la musica a palla, e rifiuti nauseabondi dispersi ovunque. Centinaia di  famiglie e comitive, ognuna piantata nel suo bel quadrato di sabbia conquistato sgomitando. D’istinto ripiegammo al di qua delle basse dune sabbiose, protetti dalla vegetazione che ci oscurava la vista asfissiante di quell'orda di ombrelloni. Poco più tardi risaltammo fuori, sicuri di poter salutare come ricordo quel traumatico malencontre. Ma fummo istantaneamente smentiti dalla sorpresa di un’altra fragorosa piattaforma turistica. Rientrammo ancora nella pineta, e di corsa. Disillusi e spazientiti, ci sentivamo in trappola. Eppure si trattava di uno spettacolo che rientrava nella più assoluta e degradante normalità di ogni estate pugliese. Gli anomali eravamo noi, con la nostra inconscia e ingenua pretesa di diffusa e intima ricerca di connessione simbiotica tra le persone in rapporto allo spazio naturale che le ospita. Non si trattava solo di numeri, certo, ma delle insostenibili modalità di quella presenza umana, di un turismo che impatta incurante delle laceranti impronte lasciate dalle sue comode infradito. Ma questi, i nostri, si dimostravano discorsi da petulanti conferenzieri della domenica. Noi, invece, in quei luoghi eravamo viaggiatori “di passaggio”. E non ci era permesso restare a lagnarci di qualcosa che urtava le nostre sensibilità. Non voglio dire che il viaggiatore è impermeabile alle sgradite “piogge di realtà”, fingendosi gioioso anche quando non lo è affatto. Ma, senza dubbio, sarebbe una perdita di tempo, in risposta ad ogni “pioggia”, abbandonarsi a inveire contro il cielo “maligno”!
Bisognava, lucidamente, prendere una certa distanza. Quelli che vedevamo erano esseri umani che si comportavano in maniera diversa da noi, indugiando in abitudini oggettivamente offensive per l’ambiente, ma non per questo potevamo giudicarli e respingerli stizziti. Separare le persone dai fenomeni, evita l’errore di ergersi a puritani portatori sani di una qualche superiorità morale, illuminati da una “luce” accesasi chissà come nelle coscienze, quando gli altri – “rozzi e incivili campeggiatori” – si ostinano a rimanere al buio dell’omologazione. Con questo non voglio dire che alla fine ci unimmo alla calca – neanche per sogno! – ma che il nostro atteggiamento mentale, mentre ci allontanavamo da quelle spiagge, fu costretto ad una rimessa in discussione. Capimmo che le folle campeggianti lungo le coste pugliesi erano la nostra “pioggia di realtà”, e cercare idealmente riparo da esse avrebbe significato trincerarsi in un mondo illusorio, fare di quella nostra 
itinerante r’esistenza una chiusura nell'autoreferenzialità, narcisista e difensiva, anziché un’apertura alla compresenza, un tentativo di innescare piccoli cambiamenti attraverso nient’altro che le nostre pratiche di viaggio. Per spiegarlo voglio utilizzare una frase di Patch Adams che trovo bellissima. Il medico statunitense ha scritto: «i centri commerciali affollati sono per me paradisiaci come una foresta, tutte quelle persone per me sono alberi»**. A scanso di banali equivoci: Adams non è minimamente incline a tessere elogi ai vari IKEA e McDonald’s, né tanto meno si unirebbe mai alla liturgia dei “templi” del consumismo contemporaneo. La sua storia parla da sé. Egli, semplicemente, tornando alla metafora precedente, nel dire ciò (e nel praticarlo) dimostra di “non cercare riparo alla pioggia”. Un'attitudine sintetizzabile nella massima latina del commediografo berbero Publio Terenzio Afrio: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto (sono un essere umano, nulla che sia umano mi è estraneo)». Lo slancio empatico di Adams lo avvicina a quelle folle umane “a spasso” nel centro commerciale, proprio come se stesse attraversando boschi rigogliosi, con animo errante. Perché in ogni “foresta”, in qualche modo, sei, rimani e rinnovi te stesso. E se ti prendi cura dei suoi “alberi”, ne riceverai cura: il massimo sarebbe contribuire a liberarli del peso dei “rami secchi”, ottenendo in cambio lo sprigionarsi di un’immane energia vitale. R’esistenza, non a caso, significa proprio «esistere due volte»*** in una vita sola: per sé e per ogni alterità ineluttabilmente legata alla propria esistenza. E se r’esistere è possibile anche in viaggio, come crediamo, allora anche attraversare zaino in spalla una spiaggia chiassosa può avere, talvolta, un senso molto forte.  Fu così che l’esperienza di Torre dell’Orso ebbe su di noi un impatto inatteso. Seppe innescare nelle nostre menti una profonda riflessione autocritica, costringendoci a fare i conti con quel virus d'intolleranza da cui giureresti essere immune, eppure è lì - fuori aleggia e dentro infetta; e il rischio concreto è che si alligni soffocando le radici di umanità. Quella vicenda, in definitiva, ci indusse a prendere in seria considerazione, per dirla con Patch, la scelta di vivere le folle come foreste
Questi pensieri erano in gestazione mentre, al tramonto, battevamo i piedi nudi sul bagnasciuga, dopo aver percorso alcuni chilometri di sentieri in cima a selvagge falesie, appena sopra le spiagge, e poi una lunghissima pineta, accompagnati, costantemente, dallo stesso frinire delle cicale che aveva arricchito di sonorità il nostro risveglio a Caprarica.
In serata ci ritrovammo a Otranto, per la celebrazione dei Martiri protettori della città, che la storia narra essere stati decapitati dai turchi ottomani alla fine del XV secolo. Sarebbe stata l’opportunità di assistere da vicino ad un rito religioso molto sentito in diverse comunità salentine****. Purtroppo, però, arrivammo quando la processione si era già conclusa. Così, della festa erano rimaste solo le bancarelle e le tante persone che attendevano l’esplosione dei fuochi d’artificio. Al porto cittadino incontrammo una coppia in moto, scesa giù da Napoli, che c’introdusse nel grazioso centro urbano, dove un ponte levatoio conduce all'interno, superando il fossato di un superbo castello aragonese, oggi valorizzato come museo. Il portinaio di un albergo ci permise di lasciare in custodia i nostri zaini, fino a tarda notte, così da poter passeggiare leggeri su e giù per il paese. Aneddoto divertente fu l’incontro con una spigliata e giovane donna che, riconoscendo il mio accento siculo, mi volle manifestare l’orgoglio di aver lavorato come segretaria per “fior fior” di politici siciliani. Lei raccontava e il suo compagno arrossiva. Ancor più divertente fu spiegare ad Estelle che, tra gli “onorevoli” vantati dalla segretaria, c’erano alcuni dei principali protagonisti della più recente storia politico-mafiosa del Belpaese, dalle stragi del ’90 in poi.
Ad una certa ora, ci dedicammo a ricercare un posto in cui dormire. C’eravamo "fissati" sui tetti delle casette bianche che componevano il centro, così cercammo di escogitare un modo per raggiungerne uno. Ma arrampicarsi, in mezzo a tutta quella gente, avrebbe dato troppo nell'occhio. E, nel vivo delle ultime ore di festa, complicato era anche l’approccio con i pochi locali abitanti seduti sul ciglio della porta di casa. Non contenti, ci lanciammo in uno dei vicoli. Qui due famiglie ci fecero entrare per far visita al loro cortiletto, dove faceva bella mostra un’antica “pila” in pietra. La nostra palesata curiosità verso le origini di quel lavabo fu il pretesto per attaccare bottone. Ma il più anziano di loro, afferrata l’antifona, giocò d’anticipo chiarendo: qui non si dorme. Alla fine, dopo maldestre ulteriori e fallite ricerche di alternative, non ci restò che la "centralissima" spiaggia otrantina, attesi pazientemente la conclusione dei rituali botti di mezzanotte e il defluire degli spettatori occupanti.
Nel bel mezzo della caletta sabbiosa, e del baccano dei fuochi pirotecnici, due uomini in pigiama dormivano bellamente in posizione fetale. Quell'immagine fu la lezione conclusiva della nostra  "folle" giornata di viaggio.

* la Grecìa Salentina è una sub-regione linguistica, situata nel cuore del Salento e formata di nove comuni. La sua caratteristica fondamentale è che, ancora oggi, i suoi abitanti parlano un dialetto neo-greco conosciuto come griko;
** Tratto da Salute! Ovvero come un clown cura gratuitamente i pazienti con l’allegria e l’amore di Patch Adams: «Infine vorrei sottolineare come gli esseri umani sono parte della natura. Le persone che amano la natura e non apprezzano la città spesso esaltano l’abbondanza della natura come se esistesse solo in campagna. Amo la città a causa della sua natura – cioè della gente! I centri commerciali affollati sono per me paradisiaci come una foresta, tutte quelle persone per me sono alberi»;
*** «Resistenza è ri-esistenza. E’ esistere due volte», Erri De Luca;
****La devozione dei Martiri di Otranto è diffusa anche in altre regioni italiane e persino in Francia e Spagna.






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