lunedì 26 gennaio 2015

Selvaggia e umana Etna

Breve scritto col pensiero rivolto a nonno Antonino, mio spirituale iniziatore al Viaggio attraverso i sentieri dei suoi racconti di vita. Nella consapevolezza che nei miei passi ci saranno sempre impressi anche i suoi.


Avevo bisogno di silenzio. Quel silenzio che riesce a parlarti al cuore, a tutti i tuoi sensi, al tuo spirito. Che avverti scorrere dentro e fuori di te, come un fiume di melodie legate alla terra e a tutto ciò che essa crea generando vita. Quel silenzio che t'ispira che ti sazia che ti purifica. Quel silenzio che solo attraverso la natura puoi udire così a fondo.
Così, mi decisi a lasciare la caotica Catania e partire.
Mi svegliai la mattina del 31 dicembre con la notizia di mezza Sicilia invasa dalla neve. A Palermo, a Siracusa e nella mia Augusta. Poi un messaggio di mia madre in preda allo stupore nell'ammirare la spiaggia imbiancata. Uno spettacolo raramente ripetibile. I fiocchi che continuavano a cadere e le temperature vicine allo zero. Il freddo era arrivato anche a Catania, dove però non era scesa nemmeno la pioggia. I bollettini metereologici mettevano in allerta: "freddo e bufere sull'Etna, sconsigliate passeggiate sulla neve per Capodanno". Insomma, l'era glaciale sembrava essersi abbattuta sulla Trinacria dove, giusto una settimana prima, si toccavano punte di 25 gradi.
Uscii dal letto, gustai una buona colazione e mi misi lo zaino in spalla. Con me solo un libro, due arance e un sacco a pelo con la cerniera rotta. Un desiderio mi spingeva: salire sul trenino dell'Etna, meglio conosciuto come 'littorina', per scendere in uno di quei paesini - uno a caso - che si trovano ai piedi della montagna. Arrivato alla stazione Borgo e salito sulla carrozza, mi sentii di colpo trasportato in un altro tempo. I vagoni stretti, i sedili bassi in pelle, quell'atmosfera di antico, essenziale, semplice. Pochissime persone. Tra cui un anziano che, pensai, "chissà quante volte avrà preso questo trenino". Che intanto andava, lento; le case passavano, salutavamo le città per andare su, in alto, lontani. Nella mia piccola agenda per gli appunti scrissi: "sono conteso tra il richiamo della natura silenziosa e l'umanità genuina e spontanea che questi paesini ai piedi da' Muntagna potrebbero rivelarmi...". Poi guardai ancora quell'anziano e gli dissi: "bella la littorina, vero?". Lui mi guardò a sua volta, poi si rigirò tornando a proiettare il suo sguardo  fuori dal finestrino e accennò un sottile sorriso e un leggero annuire col capo. Quasi a volermi rispondere: "eh, caro giovanotto, hai tanto da vedere ancora, vedrai dove ti porta oggi questa littorina..."
Dopo i primi fichi d'india, qualche albero di arance e limoni, il treno fece la sua prima fermata. Lì salì un ragazzo sulla quarantina, che vidi chiedere informazioni al controllore. Era chiaramente della provincia, ma aveva l'aria di uno che da molto tempo mancava da casa. Poco dopo mi avvicinai, attaccando bottone. Fu l'incontro della giornata. Francesco, l'ingegnere meccanico finito a fare il professore di matematica su al nord, nella fredda Brianza, era tornato in Sicilia qualche giorno per ritrovare la sua compagna di Siracusa, scegliendo però di trascorrere il capodanno con i suoi genitori nel paesino dove era nato e cresciuto. Lo stesso che, quella mattina, avevo scelto di raggiungere anche io. Erano ormai dieci anni che non prendeva quel trenino, e prese a raccontarmi di quando, ogni mattina, con la littorina andava a scuola. Un'ora di viaggio - per percorrere appena 25 chilometri -  che dava il tempo agli studenti di finire in extremis i compiti o rivedere gli ultimi capitoli prima dell'interrogazione. Mentre, al ritorno, si  giocava a carte e si rideva insieme. Francesco raccontava, con emozione, aneddoti dell'adolescenza in quei luoghi ancora non troppo connessi ai più grandi centri urbani, dove l'essere comunità e il senso di essa, tra le persone, resistono ancora nel quotidiano vissuto in tutta la loro ricchezza. "Ho la pelle d'oca", ad un certo punto mi disse. Anche lui innamorato dell'Etna, da ragazzo saliva nei rifugi a bassa quota con gli amici e passava intere estati nei boschi. Con suo padre che, regolarmente, riforniva lui e i suoi compagni di carciofi, pane, salsicce e vino. Uno dei suoi pazzi amici di scarpinate - un geologo "malato di natura", mi spiegava - addirittura un giorno lo 'costrinse' a dormire in una grotta nel bel mezzo della Valle del Bove. 
Poi mi chiese cosa invece ci facevo io da quelle parti, sulla littorina, l'ultimo dell'anno. La mia intenzione di fare un ritiro di silenzio nella natura lo fece un po' sorridere mentre lo riferiva al telefono alla sua compagna: "sono qui con un amico di Augusta, un pazzo che sta andando a fare un ritiro spirituale sull'Etna... cu stu friddu! (con questo freddo, ndr)". Sorridemmo insieme, ma dai suoi occhi intuivo che aveva afferrato il senso e lo spirito di ciò che ricercavo.
Risalimmo sulla littorina, sempre lenta ma puntuale, continuando la nostra bella conversazione che si spostò, ovviamente, sul tema del viaggio. Ad un tratto, però, lo spettacolo al di là dei finestrini ci tolse il fiato. La sciara nera a chiazze bianche da cui emergevano arbusti spogli e irriducibili, come delle lunghe braccia distese che si stringevano ai binari per sorreggerli. Sulla nostra sinistra si apriva l'immensità della valle, tra il verde rigoglioso e il bianco delle cime. A destra, 'A Muntagna, dominante. Il tutto magicamente animato dalla luce del sole che accompagnava i fiocchi di neve che scorrevano orizzontali col flusso del vento. Non c'era più nulla da dire, solo una gioia che ci faceva venir voglia di saltellare come bambini. Sul mio diario solo quattro parole: "Stupore, bellezza, estasi, gioia". Sembravo andare incontro, momento dopo momento, a ciò che ricercavo affidandomi all'istinto che mi aveva indotto a partire. Eravamo appena arrivati in paese. Un corpuscolo di casette in salita che si proiettava sul monte. Prima di andare, Francesco mi presentò un suo amico incontrato in una piazzetta. Un ragazzo che, ironia del caso, aspettava degli amici provenienti da Augusta. "Se sei qui stasera, ti aspettiamo al chioschetto - mi fece - ce n'è solo uno in paese, non ti puoi sbagliare". Lo ringraziai per quell'amichevole invito, che tenni in considerazione pur consapevole che difficilmente quella sera mi sarei trovato lì.
Salutai Francesco dopo esserci scambiati i contatti. Gli augurai di godersi il calore dei suoi genitori, che immaginai felicissimi di rivedere il proprio figlio, sempre così lontano da casa ma venuto apposta per trascorrere insieme a loro le ultime ore dell'anno.
Mi misi in faccia al sole seduto sull'unico spazio asciutto, davanti il portone di una casetta, assaporando del pane e un'arancia carica di succo. Rifocillato m'incamminai. Marciando superai greggi di pecore che cercavano di scovare l'erba scavando col muso nel manto di neve, e poi una mucca nera che mi salutò probabilmente augurandomi buon cammino. Da un'altura i miei occhi poterono godersi la vista dell'intero cono dell'Etna bianco, innervato e fumante. Volevo raggiungere il rifugio in cima ad un monte che individuai a vista, quasi sicuro che lì non avrei trovato alcuna traccia umana. Scesi sprofondando le scarpe nella neve, attraversai la strada e mi avviai dove iniziavano le campagne. Le previsioni di bufere, certo, non erano rassicuranti. Ma guardai 'A Muntagna, alzai la testa al sole che si stendeva sull'azzurro del cielo, e mi dissi un boudelairiano: "Andiamo!"
Salivo e più salivo più i centimetri di neve soffice crescevano. Il sole si abbassava e i raggi filtravano tra i rami. Avanzando trovavo il paesaggio sempre più coperto di bianco. Non riconoscevo più con sicurezza quei luoghi che dovevano invece essermi familiari: sconvolte le morfologie, invisibili i particolari. Ad un certo punto svoltai a destra, continuai dritto e dopo alcuni metri, a poca distanza, sopra una roccia, quasi nascosto intravidi qualcosa di nero. Avanzai ancora pochi passi e ne riconobbi le sembianze animali. Passai la roccia, mi girai e appurai che si trattava di un bel cinghialotto, fermo con la testa infilata nella neve, in attesa forse del mio passaggio. Superatolo mi voltai e lo vidi correre nella direzione opposta alla mia, per poi scomparire. Mi venne di tornare indietro e seguire il sentiero scelto dal cinghiale. Non so se quell'animale mi volle davvero indicare la strada, ma si dà il caso che, accogliendo quello che avvertii come un segnale, ripresi il giusto cammino per la risalita del monte.
C'era intanto il tramonto nel cielo di rosso e giallo, con poche strisce di nuvole nere e un filo di azzurro. Sotto di me la valle si perdeva. Ero ormai alto, nessuna impronta d'uomo lungo il sentiero. Avevo poco più di un'ora di sole e dovevo raggiungere quel rifugio se non volevo rischiare di passare la notte fuori. Intensificai la marcia e controllai il respiro. Sudavo, le gambe si indurivano e le mie braccia nude iniziavano a tingersi di rosso. Sentivo il calore dentro, ma la mia pelle si ustionava dal freddo. Accennava ad alzarsi pure il vento. I pini erano carichi dei quintali di neve che pesavano sui loro rami, piegandosi sul sentiero e facendolo sempre più stretto, intralciato, irriconoscibile. I miei piedi, gli stinchi, affossavano nel manto nevoso. Il cuore accelerava i suoi battiti. Non avevo idea di quanto mancasse alla meta e, nonostante la gran fatica profusa nel guadagnare metri, procedevo alla velocità di un bradipo. Mi fermai qualche secondo per concentrare la massima attenzione su quel momento. Mi resi conto, finalmente, di essere il solo essere umano in quella natura a cui era difficile adattarsi. Chiusi gli occhi e pensai che,  tutto il manifestarsi di quelle ore, corrispondeva a ciò che avevo fortemente voluto. Che quella nuda immersione me l'ero andata proprio a cercare. Sentivo la comunione di tutte le creature non umane. Una comunione di radicale e reciproca appartenenza. Nessuna sfida, nessuna prova di forza, nessuna competizione o spirito di conquista: una sola goccia di antagonismo e sarei stato privato di quella connessione sensoriale. Tenevo gli occhi chiusi mentre mi dicevo: "sei a casa, qui sei al sicuro". E poi via, avanti. Passo deciso e sguardo rivolto al sentiero, alle rocce ghiacciate e a quei pini piegati in avanti. Il cielo si scuriva ma in alto una splendida luna si preparava a fungermi da faro dietro uno strato sottile di nubi che le sfilavano davanti. Ero un viandante solitario che gioiva della compagnia della luna, della sua luce. Se non avessi trovato il rifugio, avrei probabilmente scelto di camminare tutta la notte. Metro dopo metro e ancora un'altra dura salita. Poi, finalmente, il tetto del rifugio. Mi avvicinai ad un grosso albero, allungai le mani, toccai il suo tronco, chiusi gli occhi e sussurrai un grazie. Entrai nel rifugio che, come mi aspettavo, trovai senza legna per il fuoco. Tolsi scarpe e calze, mi misi la felpa addosso, e mi infilai nel sacco a pelo che mi avvolsi intorno cercando di non lasciare aperture. Respirai ad occhi chiusi ripercorrendo a mente tutta la mia lunga giornata. Meditai su ciò che avevo visto, sentito, provato. Ero io e il soffio vigoroso del vento fuori. Pensai a tutte le persone care che rendono la mia vita un pianeta circondato di stelle luminose. Respirai ancora, ma piano perché l'aria era di ghiaccio. Ci volle un po' prima che il mio corpo finalmente si decidesse a emanare un po' di calura. Nel frattempo, fuori si era alzata la bufera, ma anch'essa era parte della mia quiete. Placai la mia sete mangiucchiando al buio l'ultima arancia rimasta. Poi la notte, il silenzio.
A ripetuti intervalli riaprivo gli occhi e tornavo a concentrarmi sulla respirazione per mantenere stabile la temperatura corporea. Quando riaprii per l'ennesima volta gli occhi, vidi le prime luci del giorno entrare nel rifugio dai bordi delle finestre chiuse. Raccolsi i miei occhiali che trovai scheggiati dal freddo. Le mie scarpe pietrificate. Mi preparai e uscii fuori. Scesi lungo il sentiero dissetandomi della neve imboccatami dai rami penzolanti, e sciogliendo in bocca le stalattiti al muschio sporgenti dalle rocce di lava. Il sole si alzava e i vapori sulla pancia della montagna sagomavano ogni rilievo, addolcendolo. Godevo di quella selvaggia intimità.
Sceso ormai di quota e lasciato il bosco, accolsi molto ben volentieri l'invito di Francesco per una colazione a casa sua. Per gli ultimi due chilometri, ormai giunto sulla strada asfaltata, feci l'autostop e presi un passaggio da un signore che andava a dare da mangiare ai suoi cavalli. In paese mi accolsero calorosamente Francesco, la madre e il padre, col camino accesso, il caffè e latte e i biscotti fatti in casa dalla cara signora. Fu un'amorevole insufflazione di tenerezza che mi fece sentire in famiglia.
Poi i saluti e cinque autostop per tornare a casa. E altre storie e vite incrociate. 
L'umanità spontanea e genuina mi aveva accolto e cullato e al richiamo della natura selvaggia non ero sfuggito. La contesa si era sciolta in un abbraccio.




La semplicità e nudità della vita dell'uomo nelle epoche primitive implicava almeno un vantaggio: che fosse ancora soltanto un ospite della natura. Una volta ristorato dal cibo e dal sonno, contemplava nuovamente il suo viaggio. In questo mondo abitava, per così dire, in una tenda, e percorreva le pianure o saliva sulle cime delle montagne. 
(Henry David Thoreau, tratto da Walden)

...devi sapere che ogni volta che vado sull'Etna - 'A Muntagna - è un perdermi nella sua immensità, nella maestosità delle forme e nei suoi colori, nel rumore possente dei silenzi e nella musicalità dei suoi suoni.
Ieri, lungo la strada del ritorno, ripercorrendo il sentiero dell'andata, il sole era già tramontato. Prima l'orizzonte azzurro, rosso, giallo, arancione e rosa. Poi la notte. A guidar
ci c'erano le stelle infinite. Un tetto di astri lucenti illuminava la nostra strada. Non c'era bisogno di luce artificiale, era sufficiente il bagliore delle costellazioni che abbracciava il buio della notte. Il vento dolcemente soffiava tra pini e betulle. Le nuvole scure sovrastavano i crateri vulcanici più a valle; e le città e i paesi, piccoli sullo sfondo. Ogni tanto l'Etna spezzava i lunghi silenzi con i suoi boati in sottofondo, quasi impercettibili ma profondi e intensi. L'unico rumore umano era quello dei nostri passi sulla terra. Tra profumi selvaggi e lo spettacolo irripetibile della natura negli occhi, si poteva respirare quasi un'aria di eterno.
Questo è per me vivere l'Etna.

(4 novembre 2013, appunti di un cammino serale)
 

2 commenti:

  1. davvero molto bello questo racconto, Gianmarco. Complimenti. Mi son sentito sull'Etna...dopotutto il nonno che non conobbi mai veniva da lì...oltre un secolo fa...

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  2. ETNA, a muntagna
    Alle falde, ai piedi, sto calda, con tutto quel brulichio (insensato?) degli umani
    Più su mi coprono i boschi, castagni, noccioli, pini, querce e betulle, anche se troppo spesso gli umani vengono fin qua a gettare i loro rifiuti (fuori di senno?)
    Più su ancora è il regno incontrastato delle lave, che siano cordate, che siano sassi o cenere sottile, anche polvere
    Anche se mi hanno conflitto i piloni della funivia, la mia pelle è spessa ed io sono paziente e lascio fare…..però, ogni tanto mi scoccio e glie li butto giù con una lingua di fuoco, così imparano a non essere troppo boriosi…
    Un tardo pomeriggio d’estate, qualche anno fa un uomo e una donna, salirono con la funivia fino a quota duemilaeseicento e si avviarono in direzione della mia cima, caricati di zaino e tenda, e provviste, intenzionati a passare la notte
    Sarebbe, teoricamente, vietato e ben pochi lo fanno, quasi nessuno
    Salivano in calzoncini corti e canottiera, ma appena il sole scomparve dietro le mie spalle dovettero tirar fuori dagli zaini felpe, guanti, cappucci di lana e giacca a vento
    Pertanto, per passare la notte scelsero un posto col riscaldamento a pavimento, uno di quei tanti miei pori dai quali sbuffo per mesi o per anni ancora fumi e calore
    Lo scelsero, ovviamente, dove il fumo era zero ed il calore confortevole, giusto per non poggiare la tenda sul terreno gelato
    La notte fu bella e stellata, come potrebbe non esserlo a 3mila metri, lontano dal frastuono e dalle luci?
    E la donna e l’uomo, quando si chiusero nella loro tendina, dormirono bene dentro i loro sacchi a pelo
    E sognarono
    La mattina si svegliarono nell’aria tersa, il mare sotto di loro, la costa siciliana fino a Siracusa
    Smontarono il campo, ebbero cura di non lasciare la benchè minima traccia del loro passaggio e si avviarono verso il basso
    Fatte poche centinaia di metri sulla spianata di nero deserto, si voltarono a guardare verso il posto del loro accampamento e, dietro, la mia cima
    ….e videro che esattamente dove avevano messo la tenda si levava uno spesso filo di fumo grigio
    Continuarono a scendere ancora un po’ e si voltarono ancora: il filo grigio era diventato un cordone quasi nero…
    Accelerarono il passo, un po’ intimiditi, e ancora si voltarono dopo qualche centinaio di metri: da quel punto sbuffavo una colonna possente di fumi e ceneri calde che, arrivate ad un centinaio di metri da terra, s’allargavano in un fungo minaccioso
    L’ultimo sguardo che la donna e l’uomo diedero indietro, prima di scomparire sotto la cresta, era veramente pauroso…..
    Quel pomeriggio, giunti a casa, seppero che c’era stata una piccola colatina di lava, durata appena 4 ore, esattamente in quel punto…
    La donna e l’uomo erano veramente simpatici e gentili ed educati, non potrei dire altrimenti
    Ma mi avevano fatto il solletico per troppo tempo su una delle mie tante narici
    E quello era stato il mio sternuto…..a lungo e bonariamente contenuto
    M’hanno ringraziato della mia somma pazienza…
    È accaduto il 13 agosto 2006

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