martedì 27 gennaio 2015

Partigiano della dignità umana

firmato dall'emerito presidente della Repubblica Sandro Pertini (anno 1985)

"In Germania faceva un gran freddo...", così esordisce.
Sveglia alle quattro del mattino, due metri di neve, trenta gradi sotto zero. Addosso pochi stracci cuciti insieme e scarpe di pezza. I soldati tedeschi disponevano in riga gli operai-prigionieri e iniziavano la conta: "eins, zwei, drei, vier, fünf ...", ma non erano ferrati con i numeri. E s'infuriavano perché ogni volta perdevano il filo. A volte se la prendevano pure con i prigionieri, sfogando la loro frustrazione a suon di percosse. Poi ricominciavano: "ein, zwei, drei, vier, fünf ...". Alla fine si partiva. In marcia per quattro chilometri, affossando nel grigio manto nevoso, sino alla fabbrica. Appena arrivati, la giornata di duro lavoro prendeva il via, a ritmi massacranti, senza sosta, per concludersi al tramonto. E poi di nuovo in riga, ancora la conta ripetuta decine di volte, e si tornava ai dormitori. Il gelo, mai assente, in parte quasi anestetizzava i dolori. Mio nonno era il più piccolo della sua camerata. "Eppure - mi dice - gli uomini con cui dividevo la camerata non mi hanno mai chiesto di uscire fuori a svuotare il secchio colmo di liquami". Un gesto di rispetto, segno di profonda integrità morale, in un tempo di sangue avvelenato e caccia disperata alla sopravvivenza. Come avrete capito, le persone stipate in quel rudere come bestie da soma non avevano a disposizione nemmeno un cesso. E quel secchio di cui parlava mio nonno, 'gentil concessione' nazista, rappresentava un po' il lurido emblema di un'umanità calpestata nell'intimo.
"Ho conosciuto il significato della parola fame, l'ho patita", mi rivela scandendo le sillabe con tono sommesso. Un groppo alla gola mi prende, e sento i battiti del cuore scanditi, lenti, come quelle sillabe di una crudezza estrema.
Non posso far altro che stargli vicino, orecchie aperte. In silenzio. È da mio nonno che ho imparato il senso della dignità. Me ne ricorderò sempre.
"Gianmarco, ora ti lascio in pace. Tu hai tanto da fare ed io, vecchio, non devo esserti d'intralcio". Vorrei dirgli che starei con lui giorni interi, a perdermi nelle sue storie, lasciandomi avvolgere dal suo spirito. Ma è già andato via, fischiettando...


 (Augusta, 6 febbraio 2012)

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