venerdì 19 dicembre 2014

Volare! Oh oh!

Ci svegliammo all'alba, uscimmo dal sacco a pelo e ci mettemmo in riva al mare. I piedi accarezzati dalle onde fresche e tra le mani due grosse fette di anguria. Dolcissima e freschissima come il mare, dopo la lunga brezza notturna. Verso le sette e trenta arrivarono i primi assidui frequentatori di quel ritrovo, a cui offrimmo l’anguria rimasta ricevendo in cambio dei fichi bianchi tondi e gustosi. Iniziammo con dolcezza la giornata, pronti a riprendere la marcia. Per ricambiare con un piccolo gesto l’ospitalità ricevuta, lasciammo sotto la capannina, in un angolo, un grazie sulla sabbia disegnato con le pietruzze e una piuma d’uccello posizionata alla fine. Come una penna carica d’inchiostro, simbolo e presagio di nuove storie e incontri da vivere e raccontare.
Con Adriano e Marta l’appuntamento era a Polignano, così, con poca acqua e tanto caldo, ci avviammo per la strada. Dopo circa due chilometri, un giovane barbuto con la bicicletta, superandoci, ci lanciò un saluto con la mano, aprendo alla felicità dei nostri occhi un sorriso splendido. Fece non più di venti metri e tornò indietro da noi. «Da dove venite?», ci chiese. «Io dalla Francia e lui dalla Sicilia - rispose Estelle - abbiamo passato la notte a Cozze e adesso andiamo a Polignano». Luigi, quel simpatico ciclista, coltivava la passione per i viaggi a piedi zaino in spalla – era visibilmente felice di averci incontrato - e quel suo sorriso accompagnato da due occhioni verdi e da una simpatica barbetta rossa ci misero addosso una straordinaria allegria. A quel punto, si offrì di guidarci nella visita di Polignano una volta giunti lì: «Vi avrei dato un passaggio se non fossi stato in bicicletta». Ed entusiasmati anche noi dall'incontro, ci demmo appuntamento direttamente in paese. Alla fine, arrivammo prima di lui, grazie a due care signore che ci presero volentieri in macchina, anche in questa occasione, come a Mola, spontaneamente, senza che l’avessimo richiesto.
Il paese del celebre Domenico Modugno si presentò ai nostri occhi come un borgo incastonato nella roccia, a strapiombo sul mare. Le case basse, vicine tra loro e tinteggiate di bianco. «Una località fino a qualche anno fa sconosciuta al turismo di massa», ci spiegò Luigi. Poi la statua di Modugno, una puntata della soap-opera americana Beautiful, le gare internazionali di tuffi organizzate dalla multinazionale red bull, ed ecco che il paesino sconosciuto divenne una delle mete estive più ambite dagli stranieri. Della serie: la nuda e cruda bellezza da sola, forse, non attira le masse, ma al marketing non si resiste.
Attraversammo il ponte di Lama Monachile sopra la via Traiana*, superammo l'arco Marchesale per l'ingresso al centro storico, e poco dopo ritrovammo Luigi, grondante di sudore, con la sua bicicletta e il suo sorriso grande. Più avanti, la piazzetta, con un continuo via vai di turisti. In alto, seduti al balconcino, l'uno di fronte all'altro, una coppia di anziani. Un quadro magnificamente avulso da quel contesto di caotica e turistica messa in scena. Era bello osservare come si parlavano guardandosi negli occhi. La loro attenzione era amorevolmente dedicata unicamente a loro stessi. Erano il vero del particolare che resiste alla sfigurazione del generale livellamento e della prostituzione commerciale. Lontani nel tempo, appena due metri sopra la piazza, in trincea tra negozi di souvenir, ristoranti e hotel di lusso.
Lasciammo gli zaini presso l’ufficio informazioni turistiche, grazie al permesso della ragazza che ci lavorava, all'ombra del chioschetto a destra del Modugno nazionale, preso d'assalto dai turisti per l'immancabile foto di rito. «Volare!», fuor di metafora, avrà di certo pensato Domenico a braccia aperte. E la voglia di volare, in effetti, veniva anche a noi al solo pensiero di fare una sosta nella vicina spiaggia di Cala Porto. Era impressionante vedere centinaia e centinaia di persone accalcate nell'unico tratto di sabbia e ciottoli non più lungo di venti metri e profondo meno di cinquanta. Un formicaio di gente, mi verrebbe da dire, se non fosse che quell'informe e disconnesso raggruppamento di essere umani non aveva nulla a che vedere con la tanto complessa, quanto armoniosa e danzante, interazione delle formiche con l'ambiente in cui agiscono. Anche perché, senza bisogno di chissà quali sforzi nella ricerca, percorrendo giusto poche centinaia di metri più in là, si trovavano liberi ampi spazi rocciosi frequentati solo da persone del posto dove, al contrario, non si era costretti alla gincana per raggiungere lo specchio d'acqua.
Ci inebriammo allora di una nuotata in pace e verso mezzogiorno ci raggiunsero anche Adriano e Marta che avevano preparato una deliziosa insalata di riso per un picnic rinforzato dalle focacce al pomodoro - le mitiche fcazz' baresi - che il buon Luigi volle assolutamente offrirci.
La mattinata trascorse così, nell'affettuosa compagnia dei nostri amici, passeggiando tra le viuzze del paesino e leggendo le poetiche massime di Torquato Tasso, Montale, Mark Twain e altri, che un pittore polignanese aveva dipinto su muri, porte e gradini.
Nel tardo pomeriggio Marta, Adriano e Luigi tornarono a casa e ad Estelle e me sembrò il momento di rimettersi in cammino. Mancava poco perché il sole calasse ma volevamo percorrere almeno un paio di chilometri per trovare un bel posto all'aperto in cui passare la notte. Decidemmo di raggiungere Torre Incine, una località distante tre o quattro chilometri, su suggerimento della ragazza dell'ufficio turistico che faceva il turno del pomeriggio. Ci convinsimo a fidarci di lei quando prese a raccontarci del suo avventuroso viaggio compiuto in Svezia insieme ad un'amica. «Torre Incine è una caletta tranquilla, potete andare lì», ci consigliò. Così ripartimmo e uscendo dal paese ci fermammo a chiedere indicazioni ad un gruppetto di vecchietti riunito all'ingresso di un bar. «Per Torre Incine proseguite dritto», ci disse uno di loro, «ma attenzione perché...». E fece il segno di sventolarsi l'orecchio evidentemente per palesare il rischio, a suo modo di vedere, d'incontrare omosessuali. Scuotemmo la testa, un po' perplessi ma non più di tanto: nel quotidiano, purtroppo, siamo abituati – ma giammai rassegnati – a questo genere omofobo di morettiane chiacchiere da bar**, per l'appunto. «Non è vero, non vi preoccupate, a Torre Incine ci vado io a pescare domani mattina», replicò un altro vecchietto in aperto dissenso col suo compare. «Bene, allora ci vediamo domattina», rispondemmo noi riprendendo la via. Dopo circa due chilometri ci trovammo all'imbocco della strada provinciale. Allo svincolo fermammo un automobilista sulla trentina. «Scusa, per Torre Incine?». «Continuate a destra, sempre dritto, ma state attenti».  «A cosa?», chiedemmo. «La sera è un posto mal frequentato». Non afferrammo il senso, ma il ragazzo ci sembrò piuttosto preoccupato. Ancora omofobia e ignoranza o la sua preoccupazione aveva un fondamento diverso?
Nel frattempo era scesa la sera, le macchine sfrecciavano e rischiavamo seriamente che c'investissero. Percorrevamo i bordi della carreggiata, con una piccola torcia per segnalare la nostra presenza, quando una macchina in sorpasso riuscì quasi a stendermi, passandomi ad appena un palmo di distanza. Estelle era pochi metri più indietro. Ci fermammo allora un attimo da parte: dovevamo valutare se fosse ancora il caso di continuare non essendoci vie secondarie rispetto a quella sulla quale c'eravamo immessi. Nessuna visibilità, la nostra luce era troppo piccola e debole, le auto non riuscivano a vederci e mancavano ancora due chilometri per raggiungere la meta. Avvertivamo la stanchezza, ma dovevamo decidere in breve tempo. C'era il pericolo delle macchine, ma anche l'incognita di Torre Incine: la possibilità di trovare tutt'altro che “una caletta tranquilla” come descrittaci dalla ragazza dello sportello turismo, considerato quell'ambiguo avvertimento dell'automobilista da decifrare. Era il primo momento di difficoltà dopo due giorni di viaggio. Le alternative a Torre Incine che trovammo erano due. La prima era quella di rifare altrettanta strada all'indietro per ritornare a Polignano. Ma la scartammo quasi subito: avremmo trovato senz'altro il pienone di gente. La seconda era rappresentata da alcune campagne al di là della strada, ma facilmente accessibili alle macchine. Alla fine optammo per andare avanti, puntando la torcia a terra e saltando sul guard rail al passaggio di ogni macchina. Quasi divertente, al netto delle palpitazioni, delle energie che diminuivano e della voglia di arrivare presto a destinazione. Superammo due curve cieche di corsa, poi un lungo rettilineo e finalmente una luce in lontananza che illuminava una costruzione. Sulla sinistra c'era Torre Incine. Svoltammo, ma notammo subito uno strano trafficare di macchine. Entravano, si spingevano nel buio e spegnevano le luci. Una vettura passandoci vicino quasi si fermò. Dai vetri quattro o cinque uomini ci fissarono. Poi anche loro si diressero in fondo allo spiazzo, luci spente. Fazzoletti sporchi per terra. Capimmo si trattasse per lo meno di un ritrovo notturno per coppie. Ma forse c'era anche dell'altro. Ad ogni modo, la situazione non ci piaceva affatto. Uscimmo e ci ritrovammo di nuovo sulla strada. Erano passate da un pezzo le 22 ed eravamo esausti. Ci consultammo ancora, ma a quel punto non potevamo più tornare indietro, troppo rischioso. Un forte senso di frustrazione e nervosismo: in casi come questo sarebbe stato sin troppo facile sfociare nel conflitto. Parole dette in un certo modo che genera fraintendimenti, incomprensione, rabbia che comprime la lucidità. Ma il viaggio è anche e soprattutto questo, e dovevamo superare la prova, trovando la calma. E una soluzione. Ci guardammo intorno più volte, quando finimmo per scorgere un'altra luce a circa quattrocento metri da noi. Forse un'abitazione. Ci muovemmo per raggiungerla, scavalcammo una recinzione e scoprimmo che in realtà si trattava di una pizzeria. Deserta. I tavoli fuori erano vuoti e dentro non sembrava esserci anima viva. Poco dopo il nostro arrivo, entrarono due coppie di tedeschi. Volevano accomodarsi per la cena ma non vedendo nessuno tornarono indietro. Noi restavamo ancora lì. «C'è nessuno?». Niente. Nell'attesa, all'intorno dell'edificio individuammo un simpatico giardino coperto dai pini. Aguzzammo gli occhi: piazzare la nostra piccola tenda lì sarebbe stato l'ideale. La migliore e forse l'unica delle soluzioni praticabili. Bastava trovare e convincere il proprietario, che dopo un quarto d'ora finalmente arrivò. «Scusate ragazzi, ero di là e non vi sentivo, cosa vi serve?». Gli spiegammo brevemente da dove venivamo, il nostro viaggio e perché eravamo giunti fin lì. Ma non ci fu bisogno di molte parole. Paolo, il pizzaiolo, capì e ben volentieri ci concesse per quella notte una porzione del giardino della sua pizzeria. «Potete restare tranquillamente, stasera non ho nemmeno acceso il forno». Gli affari gli andavano male, purtroppo. Paolo era da poco tornato dalla Germania, dove aveva lavorato nella ristorazione mettendo da parte qualche soldo. Voleva creare finalmente la sua pizzeria, in Puglia, nella sua terra. E ci stava provando. Quella, però, era la quarta settimana che andava in bianco ed era quasi sul punto di chiudere baracca.
Restammo alcune ore ad ascoltarlo, si aprì molto con noi. Ci parlò della sua esperienza tedesca: le piccole soddisfazioni a lavoro, le difficoltà con la lingua, il freddo boia a cui non era riuscito ad abituarsi e il calore della sua terra che gli mancava. Volle sapere di noi, era incuriosito dal nostro viaggio anche se lo considerava fuori dai suoi canoni. «State tutto il giorno in giro, utilizzate la doccia dentro se avete bisogno». Gentile e solidale fino alla fine.
L'indomani mattina, prima del suo arrivo, lasciammo sul tavolo, con un biglietto di ringraziamento, alcune patate raccolte nei campi di Cozze e una bevanda energetica regalataci da un bagnante. Frutti di viaggio. Grazie Paolo, piazzaiolo dal cuore grande. Buona fortuna.
* antica strada romana che, come variante alla via Appia, serviva a collegare Benevento a Brindisi;

** mi riferisco naturalmente alla memorabile scena del film di Nanni Moretti Ecce Bombo in cui Michele al bar, dopo aver ascoltato pochi secondi un cliente abbandonatosi in uno di quei consueti discorsi qualunquistici da italiano medio, finisce per aggredirlo: «Rossi e neri sono tutti uguali? Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? Sì, bravo, bravo...Te lo meriti Alberto Sordi!».




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