sabato 6 dicembre 2014

Partiamo e poi vediamo

Lasciavamo alle nostre spalle Bari, percorrendo il suo lungomare, tra spiagge affollate e tratti di scogliera semi-deserti. Il sole picchiava sulle nostre teste, ma io ed Estelle eravamo decisi a scendere a piedi giù per la costa barese, per poi raggiungere il Salento. In verità, la nostra era una scelta presa, per così dire, in itinere; e per di più precaria e soggetta a continue variazioni in corso d’opera: ci siamo lasciati guidare da ciò che più ci ispirò di fare la mattina stessa della nostra partenza. Per poi, naturalmente, cambiare idea poco più tardi. Un’occhiata veloce alla cartina della Puglia, scambio sincero d’impressioni sul da farsi, reciproche aspettative, introspezioni oniriche, botte di caldo, ma soprattutto tanta, tantissima voglia di avventura. Volevamo qualcosa della serie: perderci nel viaggio e viaggiare perdendoci. Staccare la spina per due settimane dalla quotidianità, abbandonando le ansie sul nostro immediato avvenire e sulle noie del presente. Eravamo convinti insomma a… metterci in cammino. A piedi e in autostop, salvo piccoli e obbligati spostamenti in bus o in treno, per vivere a pieno la scoperta e la bellezza dell’incontro umano, la solidarietà dello scambio materiale e immateriale, del puro dare e ricevere; il tutto condito dallo stupore della natura selvaggia da ricercare, insieme ai luoghi e ai paesini meno conosciuti e più autentici. Lontano dai soffocanti flussi turistici.
Questi grosso modo erano gli ingredienti, aggiunti a qualche pomodoro siccagno siculo fresco fresco di raccolto, a quattro fette di formaggio ragusano, al pane fatto in campagna dal mio amico Claudio (da farine di grano antico siciliano rigorosamente macinato a pietra: lo scrivo perché lui ci tiene) e a due litrozzi abbondanti d’acqua per iniziare. Ma il pensiero di avere tutto questo ben di dio negli zaini ci fece resistere non più tre chilometri: appena superate le spiagge - tra cui uno stabilimento dal nome contadino di “pane e pomodoro” - ci buttammo letteralmente a terra in un angolo di ombra proiettata dall'insegna di una piccola stazione di biciclette. Alle spalle avevamo un grande prato con enormi zone d’ombra. Ma lo scoprimmo solo una volta finito lo spuntino. Della serie, bizzarri e “alternativi” sin dalla partenza.
Fatto così il pieno di energie, sapori e bontà, riprendemmo la strada dopo aver chiesto indicazioni a due simpatici signori – l’uno pugliese e l’altro romano – che, dopo lunghe e mirabolanti divagazioni sul tema, ci indicarono la direzione per raggiungere Polignano. «Bellissima, dovete andarci!», ci dissero loro. Immaginavamo si trattasse di un posto abbastanza turistico, ma la direzione da percorrere per raggiungerlo ci piaceva, visto che avremmo incrociato lungo il cammino alcune frazioni e località di mare indicate nella mappa che c’incuriosivano.
Così continuammo il sentiero che costeggiava il mare, che poi divenne marciapiede, che poi ci riversò lungo la strada asfaltata. Alla nostra sinistra, spiagge piene di ombrelloni intervallate da rocce lisce con poche persone e la loro – immancabile – sedia a sdraio! Ora, passi senz'altro per gli anziani, ma vedere folte schiere di baldi giovani piazzati al sole con il loro seggiolino portato direttamente da casa, ci fece sorridere e non poco. Ma, come si suol dire, paese che vai, usanza che trovi.
Dopo diversi chilometri, decidemmo di prendere al volo e senza biglietto un autobus che ci portò a Torre a mare, quartiere costiero a sud-est di Bari,  risparmiandoci alcuni chilometri di asfalto non più tanto piacevole che ci allontanava sempre più dalla costa. Giunti a destinazione, poggiammo i pesanti zaini sugli scogli e ci beammo di un tanto desiderato bagno a mare. Raggiungemmo a nuoto una spiaggetta e attaccammo bottone con una simpatica coppia che ci spiegò, dal loro punto di vista, cosa vale la pena di vedere in Puglia e specie nel Salento. Lui addirittura, carinissimo, si alzò in piedi, telo adagiato sulle spalle a mo’ di cavaliere messapico, iniziando a disegnare con un bastoncino sulla sabbia la pianta della regione, per poi segnare tutti i percorsi «imperdibili» e le località «senz'altro da visitare»: Santa Maria di Leuca, Gallipoli ecc. ecc. E’ vero, si trattava di posti un “tantino” affollati in estate, ma apprezzammo comunque l’estro, la disponibilità e l’arrangiato sportello turistico improvvisato dal nostro amico e dalla sua gentile compagna . I due erano un po’ straniti ma a tratti affascinati e incuriositi dallo stile del nostro viaggio: «Andate a piedi?», «In autostop?», «E dove dormite?». Domande che si rivelarono molto frequenti nel corso del viaggio. Il più delle volte seguite dall'entusiastico «che bello, ma dai, siete grandi!»; o dal pavido «così senza niente andate? Io non lo farei mai»; oppure ancora dal nostalgico «ah, anche io all'età vostra partivo così all'avventura, senza meta, zaino in spalla»; per non parlare del tizio deciso finalmente a dare una svolta alla sua vita: «Fantastico, è quello che devo fare anche io, devo solo decidermi una volta per tutte». Però prima: «devo dirlo a mia moglie».
Usciti dall'acqua avvertimmo un buco nello stomaco. Ci prese una voglia incontenibile di fichi, o più correttamente di “fiche”, come sosteneva Pasquale, il menestrello salentino di Poggiardo*. Risalimmo allora verso il centro abitato, quando ad un certo punto adocchiammo, a poche decine di metri da noi, una vecchietta seduta insieme ai parenti davanti la porta di casa. Immediatamente pensai alla bontà di ogni cara nonna del sud, alla cui immensa generosità, specie verso i giovani, ero abituato sin da piccolo. Dopo un lesto sguardo d'intesa ci avvicinammo alla casa della vecchietta, chiedendo ingenuamente: «Buongiorno, scusate, sapreste indicarci dove possiamo trovare dei fichi?». «Non so, mi spiace ma non posso aiutarvi», rispose un uomo - probabilmente uno dei figli dell’anziana signora. Quest’ultima, nel frattempo, drizzò le orecchie e fece per chiedere incuriosita ai parenti intorno di cosa avessimo bisogno. Restammo qualche minuto ancora a parlare con il signore, ascoltando le sue istruzioni per proseguire verso Polignano. Poco dopo, le nostre previsioni immancabilmente si avverarono: la dolce signora ci venne incontro con un gran vassoio stracolmo di uva e fichi: «Questa è frutta italiana per voi», ci tenne a dirci. Gesti d’amore e incondizionata generosità d’altri tempi che riuscirebbero a intenerire di gioia anche i cuori più impietriti e refrattari alle emozioni.
Dopo aver ringraziato la vecchietta per la merenda offertaci e il signore per le indicazioni stradali, ci rimettemmo in marcia. In marcia si fa per dire: perché, subito dopo una salita, senza neanche il tempo di girare l’angolo, due alberi di fico illuminarono la nostra vista per un'altra sosta e overdose glicemica di fichi. Solo una volta sazi e appagati, fermammo correndo un altro bus, che in assenza di biglietteria a bordo ci fece viaggiare pure questa volta gratis. La corsa si fermò a Mola, graziosa località marinara custode di un castello federiciano, non molto distante da Polignano e vicinissima ad un’altra frazione di nome Cozze. Raggiungemmo quest’ultima poco dopo, grazie ad un passaggio in auto. Fu il primo autostop del nostro viaggio: un operaio edile in ferie, seduto al bar con gli amici che, vedendoci vagare a zonzo, ad un certo punto ci avvicinò e diretto: «Dovete andare a Cozze?». «Sì, vorremmo». «Venite, vi accompagno io». Un primo assaggio della calorosa accoglienza pugliese che, tappa dopo tappa, avremmo ricevuto ben oltre la “naturale” misura attesa**.
Erano ormai le sei del pomeriggio, ma il caldo si faceva ancora sentire, e pensammo bene di battezzare il nostro arrivo a Cozze con un altro tuffo in acqua. A fianco a noi, una simpatica vecchina con la canna da pesca, un po’ innervosita perché, esclamava,  «pesce non ce n’è più da queste parti, una volta sì, era diverso!». Ci incamminammo. E questa volta per davvero. Trovammo finalmente un sentiero per soli pedoni a pochi metri dal mare, lungo una costa bassa e rocciosa. Sulla nostra destra si succedevano diverse coltivazioni non recintate e facilmente accessibili. Ne approfittammo per raccogliemmo qualche patata en passant, ma la tentazione più grande fu, pochi metri più avanti, un enorme campo di angurie. A invitarci a nozze fu un signore del posto: Raccoglietele pure, sono le ultime angurie, queste non le prendono i padroni del campo; e sono anche le più buone». Non ce lo facemmo ripetere due volte. Ne presi una grossa di circa sei chili, portandola in braccio e pensando, per alleviare la fatica, di avere un bebè con noi in viaggio. Ricordo che la similitudine fece fare grasse risate a Estelle, ma psicologicamente mi fu d’aiuto.
Il sole nel frattempo tramontava alle nostre spalle spargendo per tutto l’orizzonte la meraviglia dei colori del fuoco. Eravamo a circa dieci chilometri dalla famigerata Polignano, quando incrociammo un ragazzo che ci indicò poco più in là un luogo dove poter passare la notte. «A due chilometri trovate una capannina, c’è anche una coppia come voi», ci disse. L’idea ci piacque e, percorsi i due chilometri, ci trovammo di fronte ad una sorta di minuscolo villaggio sulla scogliera che Estelle ben definì come a metà tra un accampamento indiano e un ritrovo di pirati. Al centro, la capannina che ci aveva indicato il ragazzo e accovacciata una giovane coppia illuminata da una piccola candela di citronella; tra la frescura della notte che avanzava e i rasserenanti suoni del mare. Ci avvicinammo a loro, affascinati da quel luogo e da quell'atmosfera fatta di silenzi e ombre leggere. Adriano e Marta erano i nomi dei due ragazzi che ci accolsero in un piccolo angolo di pace. Condividemmo con loro dei biscotti e l’anguria-bebè giunta intatta a destinazione. Quel villaggio, ci raccontarono, aveva una storia che abbracciava diverse generazioni. Un gruppo di persone che, almeno vent'anni fa, aveva deciso di realizzare su quella scogliera piatta alcune piccole strutture in legno e canne, con al centro la più grande “capannina”, per offrire un riparo estivo a tutte le genti rispettose del mare e amanti del contatto intimo con la natura. Ogni anno, il mare, quella capannina se la portava via. E ogni volta, armati di buona volontà la si rimetteva in piedi. «L’ultimo anno però – ci rivelò  Adriano – la capannina ha resistito». Pare che per renderla forte e resistente ci avessero studiato a puntino, mettendo a frutto tutte le competenze tecniche e la creatività di cui disponevano. Adriano e Marta ci raccontarono delle loro vite. E noi del nostro viaggio appena iniziato. «Veniamo spesso qui la sera per rilassarci oppure di giorno a fare il bagno - ci dissero - lontano dal casino delle città e dei lidi».
Ci sentimmo subito in sintonia con quei ragazzi e la serata si consumò piacevolmente in loro compagnia. Poi ci salutarono, avrebbero dormito a casa, ma ci saremmo rivisti l’indomani mattina. Noi, invece, su invito dei nostri nuovi amici, ci preparammo a trascorrere la notte sotto quella capannina aperta al panorama del cielo. Che pace… Guardai Estelle, sorridemmo e ci stringemmo forte. Felici e avvolti dalle stelle.
* Di Pasquale - nome d'arte P40 - vi parlerò in una delle prossime tappe del viaggio. Vi anticipo soltanto i termini del suo ragionamento in merito al frutto in argomento, qualcosa della serie: «la banana viene dal banano, la mela dal melo e quindi, evidentemente, dal fico nasce... la fica». Mi pare non faccia una piega;
** Utilizzo l'aggettivo “naturale”, in questo caso, volendo far riferimento allo spirito accogliente e solidale che annovero tra le inclinazioni naturali insite nell'uomo. Ma di questo tema se ne parlerà meglio più avanti.



  

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