giovedì 25 dicembre 2014

Nella terra di Messapia

La prima metà di giornata fu di feedback sui primi due giorni di viaggio. Più semplicemente, volevamo fare il punto su quanto vissuto e manifestare reciprocamente ciò che sentivamo di condividere con l'altro. Una parte essenziale di ogni buon viaggio, direi, ma allo stesso tempo una sana pratica per la vita quotidiana. Specie in un'epoca, la nostra, che corre veloce, dominata quasi del tutto dalla videocrazia e ferma, molto spesso, alla crosta superficiale delle cose e degli uomini. A una dimensione in cui la volontà e i bisogni interiori di ogni individuo sono soffocati da un dover essere convenzionale, freddo, omologante. Da un cartellino o da un numero di matricola.
Durante la conversazione, gran parte delle nostre riflessioni s'incentrò su quanto accaduto la sera prima. Le paure, gli attriti ma anche gli stimoli e i punti di forza. Analizzammo tanto ma cercando di non appesantirci troppo. Avevamo la sensazione che tante risposte e altrettante domande sarebbero arrivate solo più avanti, strada facendo. Ma, intanto, quel momento di condivisione ci servì, moltissimo. Ci ricaricammo di nuova energia e della consapevolezza che, se non altro, eravamo... 'nmenzu la strada. E ripartimmo.
Ad un distributore di benzina facemmo l'autostop salendo in macchina con una signora, all'inizio un po' diffidente. «Vi ho preso solo perché ho visto lei», cioè Estelle. Naturalmente non mi offesi e ci ridemmo sopra. Anzi, a pensarci bene, neanche io mi sarei dato un passaggio in macchina con quelle scarpe sporche, la barbona incolta e la canotta sudaticcia e puzzolente. Difficile uscire dalla gabbia di stereotipi e atteggiamenti di diffidenza. Il timore dello sconosciuto ha una diffusione crescente ma indotta da certi media e dai (non)luoghi virtuali di internet in cui si rischia l'alienazione sociale. «Alla televisione se ne sentono di tutti i colori»: quante migliaia di volte viene ripetuta questa frase? Bene, questa è una delle ragioni per le quali ci ostiniamo a viaggiare, e a farlo in un certo modo, come forma di resistenza attiva al sentito dire alla televisione che isola le persone allontanandole e inibendo la solidarietà insita, crediamo, nella natura umana. Viaggiamo per dimostrare che l'essere umano, al di là delle aberrazioni che amano collezionare i media, è capace anche di cose bellissime. Non per retorica - né in teoria né in astratto né in linea di massima né per sottinteso - ma su quel piano reale, vivo e tangibile che dovremmo tornare a frequentare di più, a riconoscere, sviluppare, allargare, fare nostro. Viaggiamo per dimostrare che una di queste cose belle è anche una costante ineliminabile della storia dell'uomo: e si chiama incontro, scoperta di chi è - ad un tempo - altro, simile e diverso da noi.
E di scoperte e incontri noi non eravamo mai sazi. Così, passato mezzogiorno, alla stazione di Polignano salimmo su un treno e ci lasciammo trasportare cullandoci nei pensieri intervallati dall'incrociarsi dei nostri sguardi. Arrivammo a Lecce nel primo pomeriggio. La città era tutta per noi e per pochi altri disertori dell'ora della siesta. Il silenzio ci parlava di un centro storico da gustare con lentezza e un po' di curiosa leggerezza. Quella pietra bianca e barocca che dava sostanza ad ogni palazzo, chiesa, basola. Con occhi e passo attenti, vagammo per strade e vicoli. Poi da un cancelletto sbirciammo un cortile universitario di statue sparse che ci attirarono dentro. Alcune curiose ed espressive, altre suggestionanti. C'era la coppia di ballerini, l'acrobata in verticale equilibrio sulla sedia,  oppure la dama fascinosa tra le pieghe di una tenda verde, esitante se mostrarsi finalmente alla finestra o attardarsi ancora. E c'era anche il custode, questo però in carne ed ossa, in vena di racconti sui suoi viaggi e sulle fughe d'amore in gioventù.
Eravamo finalmente approdati in Salento. Lu suli, lu mari, lu ientu era il paradigma da boicottare, andando alla ricerca di quel quid di popolare, tradizionale, rituale, atavico, che ci avrebbe permesso di assaporare le storie e le radici nascoste di una terra da toccare a mani nude. Venimmo a conoscenza, attraverso la rivista Qui Salento, de “La notte dei miti”. Un evento presentato come un misto di storia, tradizione, danza e cultura, che si sarebbe svolto in serata a Caprarica di Lecce, un comune di appena duemila abitanti, lontano solo dieci-dodici chilometri dal capoluogo. Un buon pretesto, pensammo, per introdurci nell'entroterra della penisola salentina.
Per raggiungere il paesino c'era un piccolo autobus che faceva da spola tra Lecce e i comuni limitrofi. Dovevamo “solo” raggiungere la relativa fermata.  Alla stazione, l'impiegato ci aveva invitato ad attendere posizionandoci di fronte l'istituto Inps. Di differente avviso erano, però, i suoi due colleghi dell'ufficio centrale, contattati poco dopo al telefono. Il primo ci indicava il capolinea di piazzale Vittime del terrorismo, mentre il secondo sosteneva l'opzione di piazzale Aldo Moro. Entrambi si sbagliarono e per un momento immaginai si trattasse solo di un diverso modo di chiamare lo stesso piazzale. O forse il primo piazzale conteneva anche il secondo, in base al ragionamento che collocava Aldo Moro tra le vittime del “terrorismo rosso”. Mi persi per un attimo nei meandri del mio contorsionismo mentale, riuscendo pure a tirar fuori una riflessione di carattere politico-ideologico sul periodo brigatista. Ma era solo un delirante diversivo al rompicapo da risolvere per trovare quella benedetta fermata dell'autobus. A quel punto, seguimmo l'indicazione dell'impiegato alla stazione. Ma, manco a dirlo, anche questa si rivelò sbagliata. Dopo un'ora, infatti, l'autobus ci passò davanti tirando dritto. Avevamo mancato la corsa. La successiva e ultima della giornata sarebbe stata due ore dopo. Ci affidammo allora alla guida di un passante che, con eccezionale disponibilità, addirittura ci imbarcò in auto per cercare insieme la fermata giusta. Alzò poi il telefono per parlare con l'agenzia dei bus, ma finì per inveire vivacemente contro di loro, mentre scorrazzava disperato lamentando la «vergognosa disorganizzazione dei trasporti pubblici al sud!». Per  concludere inalberato: «E ci chiediamo pure perché i turisti scappano!». Alla fine però, ritrovata la calma, l'automobilista ci fu d'aiuto risolutivo e riuscimmo a salire su quell'autobus. Pensai che, certo, magari al nord saranno più organizzati che al sud con i trasporti, ma per contro, probabilmente, disconoscono la comicità di simili episodi...
Arrivammo a Caprarica quando era ormai sera. L'autobus ci lasciò davanti ad una piccola pasticceria: entrammo per chiedere informazioni e uscimmo con in mano un tubetto di carta-forno ripieno di crema al pistacchio appena preparata e donataci dal simpatico e gentile pasticcere. Dopo una leggera salita, c'immettemmo nella piazzetta principale, dove attaccammo bottone con alcuni anziani attrezzati con tavolini e sedie per la briscola. La piazza era tutta per loro, nessun altro abitante in vista. Alzammo gli occhi e in alto, sullo sfondo, un sentiero di luci che sembrava indicarci la via di un luogo sacro, mistico. Era l'archeodromo di Caprarica, dove si sarebbe svolta “La notte dei miti”. Il suo nome era Kalòs e si trattava del più grande museo a cielo aperto d'Italia...!
Lasciammo il centro, la piazzetta con gli anziani, e salimmo tra le ombre degli ulivi nei campi che si aprivano ai lati della strada, il buio stemperato dal bagliore della luna, e quelle luci, quei fuochi a vista sull'altura di Kalòs.
Appena arrivati, trovammo l'atmosfera di una festa di paese. Tante famiglie e parecchi giovani. Ma pochi stranieri, per lo più erano cittadini accorsi da ogni parte della provincia leccese. Certo, l'aspetto commerciale dell'evento non mancava: come il tariffario, tutt'altro che popolare, esposto ai gazebo che proponevano piatti contadini di zuppe “messapiche” insieme a lu mieru (così chiamato il vino in dialetto salentino) e all'immancabile puccia*. Una gioia vedere tanti bimbi correre liberi nel giardino - a contatto con l'erba - con i padri costretti a rincorrerli tra pietre, tavoli e panche di legno. Poi c'era anche un bel palchetto pronto ad ospitare l'esibizione di band locali per la tradizionale danza della pizzica**. E alla sinistra l'entrata del museo. La visita era organizzata e condotta da un gruppo di storici e altri esperti, attraverso la rappresentazione di alcune delle fasi evolutive della storia dell'uomo, sulla base delle ricerche dell'Università degli studi del Salento. L'idea era venuta ad un archeologo di Caprarica che aveva acquistato quel terreno per farne parco archeologico, coinvolgendo nel lavoro per la costruzione e il mantenimento diverse maestranze del posto. Parlando con uno degli addetti ai lavori, capimmo che per l'archeologo c'era in giro una gran riconoscenza per quel progetto culturale, tra l'altro occasione di lavoro e contributo per l'economia locale. La suggestività degli scenari e delle ricostruzioni dal vivo era innegabile. Il primo spazio, in cima all'altura, era dedicato all'età del bronzo, attraverso la riproduzione di esemplari delle preistoriche capanne con le comparse di alcuni artisti senegalesi per la rappresentazione delle scene di vita quotidiana. Ci avvicinammo ad uno di loro che, accovacciato, scheggiava la pietra davanti al fuoco. «Le mie mani iniziano a consumarsi», ci confessava sorridendo, per poi girarsi verso i bambini affascinati dalla sua presenza. Ad un certo punto, qualcosa riuscì ad attirare magicamente l'attenzione della folla, sedando il chiacchiericcio. Dalla specchia, la dominante torre di avvistamento fatta di pietre, i ritmi dei tamburi africani aprirono il rituale sciamanico, con una fetta di luna che sembrò accendersi ai primi canti tribali. Una donna iniziò la danza, poi a lei si unì l'uomo che poco prima scheggiava la pietra, per proseguire insieme. Un momento che, forse, avrebbe richiesto un contesto più intimo per esprimere a pieno la sua spiritualità, ma che già così faceva percepire parte di una potenza capace di trascendere i confini tra reale e magico, tra cielo e terra, aprendo al flusso universale della pura totalità. Agli albori dell'umanità.
Della profondità di quel rituale avemmo conferma poco dopo, quando, da dietro la specchia, ci fermammo a dialogare con i ragazzi senegalesi che ci spiegarono del loro tentativo di dare continuità a quella tradizione, attraverso gli insegnamenti del loro maestro che andavano a trovare periodicamente in Senegal. Quella storia ci lasciò colpiti, avvertendo dal vigore degli occhi e dal peso di quelle parole quanto credessero nell'importanza della loro missione.
Proseguimmo nell'itinerario, alla scoperta del popolo dei Messapi. Ne avevamo sentito parlare più volte lungo il nostro viaggio e fummo felici, finalmente, di conoscere la storia degli antenati dei salentini. Apprendemmo di una civiltà frutto dell'incontro tra le popolazioni indigene della terra tra i due mari e quelle venute dalla Grecia. Un popolo guerriero ma pacifico, vissuto alcuni secoli prima di Cristo, la cui ricca cultura fu poi violentemente cancellata dalla furia colonizzatrice dell'impero romano. E proprio al “mito” di Roma era dedicata l'area successiva del percorso, sulla quale ci soffermammo poco, a dire il vero. Non ci parve tanto una buona idea affiancare la storia delle vittime - i Messapi - alla celebrazione dei carnefici romani. Di questi ultimi, purtroppo, sui libri di storia si rappresenta sempre la “grandezza” passando però in sordina il prezzo di quella “grandezza”, ossia il genocidio subito da altri popoli, tra cui l'antica civiltà messapica. In quella parte dell'itinerario, c'era pure l'esibizione di un'associazione di cultori del combattimento romano che, vestiti da legionari e armati di spade, si alternavano simulando duelli all'interno di un accampamento militare «fedelmente riprodotto». L'obbiettivo era quello di infondere la passione per il «grande popolo romano» conquistatore, specie tra i giovani - ci spiegava uno di loro mentre ci avviavamo a terminare il percorso archeologico, lasciandoci non poco perplessi...
La musica dal palco, nel frattempo, ci attirò di sotto per ballare la pizzica. Estelle, naturalmente, danzava magistralmente; io, invece, mi limitavo a saltellare un po' a cazzo (il termine è d'obbligo per rendere l'idea) sforzandomi di seguire il ritmo, quando ad un certo punto venni trascinato da una signora di mezza età, che con pazienza cercò di insegnarmi i passi. Una sudata stratosferica.
Ballammo sino alla fine, stanchi dopo la lunga giornata ma molto divertiti. Quando staccarono la musica, eravamo rimasti solo noi due e il personale in servizio. Restammo a conversare con loro sino alle tre, quattro del mattino. Tutti molto curiosi del nostro viaggio e di conoscere quella che sarebbe stata, dopo Caprarica, la prossima tappa. Uno di loro volle aprire la nostra cartina per indicarci un interessante cammino lungo la costa. Un altro ci offrì i cornetti caldi alla crema appena portati da Lecce. E per chiudere in bellezza ci invitarono pure a dormire lì, in quel grande giardino, sotto la tettoia per ripararci dall'umidità. Li ringraziammo, ma ci sembrò un po' troppo comodo. Preferimmo seguire la chiamata degli ulivi fuori per il nostro primo selvaggio bivacco nella terra di Messapia.

* la puccia è un tipo di pane ripieno tipico del Salento. Nella nostra esperienza abbiamo appurato che, per la preparazione, in alcune zone si utilizza l'impasto della pizza e i condimenti variano in base alla zona geografica;

**  la pizzica è la tradizionale danza popolare salentina appartenente alla famiglia delle tarantelle. Oggi è un po' una moda folcloristica, e per certi versi un business, ma risalendone le origini storiche è essenziale comprenderne la tensione onirica e il ribelle disagio espresso da un ballo che è molto di più. Sul fenomeno del tarantismo ho da poco iniziato a leggere - come approfondimento post-viaggio - uno studio etnografico illuminante, che consiglio: La terra del rimorso di Ernesto De Martino.




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